Negoziante e gentiluomo
“Il mondo è di tutti e nessuno può prenderne possesso, neppure per un solo piccolo pezzo”. Questo il motto del commercio equo solidale. Parola di Enzo Losacco, che, a dispetto di qualche ostacolo, gestisce la sua bottega a Bari, in viale Concilio Vaticano 46. Difficoltà derivate innanzitutto dalla scarsa conoscenza di questo tipo di affari, dalla poca apertura riscontrata nella gente comune e, non in ultimo, dallo scontro con la burocrazia.
È giovane l’associazione no profit presieduta da Enzo Losacco, nata da poco meno di un anno, ancora alla ricerca di un nome che possa rappresentare la valorizzazione delle diversità nel mondo, la riscoperta di culture lontane.
“Iniziamo dalla bottega, ma poi ci estendiamo al campo sociale” racconta, riferendosi ai progetti per le adozioni a distanza, la tutela dei minori e la sensibilizzazione al riciclaggio. Obiettivo quest’ultimo raggiunto dallo scambio natalizio tra bambini, che, portando un vecchio giocattolo in bottega, hanno potuto prenderne un altro usato, ma molto spesso ancora nuovo. “Vengono venduti prodotti acquistati direttamente da artigiani e contadini del Sud del mondo, solitamente riuniti in cooperativa, a un prezzo equo per il loro sostentamento”, continua, spiegando la differenza che intercorre tra il commercio equo solidale e quello tradizionale.
Merce ottenuta col rispetto dell’ambiente, senza lo sfruttamento eccessivo del lavoro, presupposti etici verificati dall’importatore prima di iniziare il rapporto di collaborazione con la cooperativa. Ma per arrivare alla bottega la filiera è ancora lunga. L’importatore ordina i primi prodotti anticipando fino al 50% dell’importo totale, una volta in Italia questi vengono nuovamente sottoposti a controlli e saldati dopo essere arrivati nei depositi. Da qui partono per essere trattati nel rispetto delle tradizioni del paese di provenienza, confezionati secondo le norme italiane e distribuite. Solo allora arrivano nella bottega.
Un esercizio commerciale diverso, che non contempla le parole sconti o agevolazioni nel suo vocabolario a meno che non comprometta il coinvolgimento di quei soggetti solitamente esclusi dal sistema economico che invece vuole tutelare. Nell’attività di vendita tradizionale il dettagliante non ha interesse a valutare l’impatto prodotto dai beni che vende, può avere diversi lavoratori sul suo libro paga e mirare ad ingrandire il proprio giro di affari. Il venditore solidale al contrario è molto vicino al produttore. Il microcredito erogato dagli importatori consente alle botteghe di rimanere piccole realtà ed evitare le distorsioni dell’ampio commercio grazie allo scambio e alla collaborazione. Non ci sono dipendenti, ma volontari che spesso svolgono in bottega il servizio civile o semplicemente dedicano il proprio tempo libero. I prezzi dei prodotti vengono stabiliti dal produttore a seconda della richiesta nei Paesi in cui sono commercializzati e dai costi di trasporto, di qui alcune polemiche sulle discrepanze riscontrate ad esempio tra i punti vendita cittadini e la Fiera del Levante.
Nonostante la sottoscrizione di una carta di identità delle botteghe, non è previsto alcun controllo sulla figura dell’importatore, a eccezione della pubblicità sui suoi bilanci e della gestione trasparente del fatturato, delle spese di viaggio e dei guadagni ottenuti. “Non dovrebbe essercene bisogno”, afferma Enzo, “perché il fine di questo commercio è la bottega, il progresso”. “Tenersi qualcosa per espandersi è un errore, anche se cadere in contraddizione può essere facile”. Un maggiore controllo dall’interno, l’avvio di convegni nazionali e regionali per creare degli indirizzi comuni, la diffusione della realtà solidale, carente soprattutto al Sud, costituirebbero un valido antidoto contro le distorsioni. Un modo per non spegnere l’ottimismo di chi crede nell’ intima bontà dell’anima del commercio.
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!






Affitti a Bari, quasi 500 euro al mese per 80 metri quadrati: pesa il 28% del reddito