A Pasqua una storia lontana per risorgere davvero

Gianpietro Occhiofino

Torna “Articolo 10”, la rubrica che parte dal nostro articolo della Costituzione e esamina il difficile status del rifugiato politico

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Oggi raccontiamo la storia di Pasqua, dal Sudan all’Italia, arriva nella nostra città sospinta dalla guerra e dalla violenza. Leggere per credere.

E per ricordare cosa significhi “Articolo 10” date un’occhiata quì.

“Avevo un fratello. Era un ufficiale dell’ esercito. Nel 1996 è stato ucciso da un gruppo di ribelli islamici . L’hanno ammazzato mentre si recava al lavoro”.
A parlare è Pasqua( abbiamo preferito darle un nome di fantasia) una ragazza di trent’anni.
Qualche anno fa è scappata da un piccolo villaggio del Sudan.
Oggi vive in Italia e precisamente nella nostra città.
La sua è una di quelle storie difficili da ascoltare, impossibili da dimenticare.
“I ribelli operavano nella zona dove vivevo con la mia famiglia. Spesso entravano nel nostro villaggio per intimidirci e derubarci. Ci costringevano a stare dalla loro parte e a combattere contro il governo. Chi si ribellava o lavorava per conto del governo, come mio fratello Amir, veniva ucciso”.  Si soffia il naso con un piccolo fazzoletto rosa, mentre una lacrima lentamente comincia a scendere sulla sua guancia. Le sue parole provocano nella nostra coscienza un disagio impossibile da spiegare. Soffre, nel ricordare quei momenti. Le chiediamo, con grande imbarazzo, se è il caso di fermarsi per oggi nel racconto. Lei, invece, si ricompone e ricomincia a narrarci la sua storia.

“Tutto il nostro villaggio era terrorizzato da questi ribelli. La mia famiglia, in modo particolare, è stata fatta oggetto di sopraffazioni e violenze”. Pasqua è una donna  la cui esistenza sarà per sempre segnata dal dolore. “Non dimenticherò mai l’ estate del 1997. Ero a casa di mia madre. Ad un certo punto entrarono i ribelli che mi presero con forza e mi trascinarono via”.
Pasqua, ancora oggi, è convinta del fatto che il suo rapimento fosse stato premeditato.
“Molto probabilmente la mia famiglia , a causa del lavoro di mio fratello Amir, era stata presa di mira”. Il giorno seguente, suo padre, malato di asma, sua madre e le sue sorelle, furono costretti ad abbandonare la loro casa.
“Appena rapita, fui bendata  e dovetti camminare per circa quattro ore. Arrivammo al campo dei ribelli e lì cominciò per me il vero inferno”.
Furono in molti ad abusare di lei, dopo averla selvaggiamente picchiata. 
“Oltre me, nel campo c’erano altre cinque ragazze che subivano le stesse violenze. I ribelli ci accusavano di non essere delle buone musulmane  perché non indossavamo il velo”.

Dopo tre lunghi mesi di prigionia, Pasqua riuscì a fuggire assieme alle altre ragazze. Probabilmente fu l’ intervento del paradiso a porre fine a  quell’inferno.

“Correvamo disperate senza alcuna meta. Grazie ad un camionista, che incrociammo sulla strada, riuscii a far rientro al mio villaggio”.
Pasqua sapeva molto bene che i ribelli sarebbero tornati a cercarla  e forse, questa volta, l’avrebbero fatta fuori.
“Decisi, con la mia famiglia, di abbandonare il Sudan, con la speranza di poter vivere un’esistenza tranquilla”.  Riuscì ad arrivare in Libia, dove ha trovato lavoro come domestica. E’ rimasta in quel paese per un anno. Giusto il tempo necessario per raccogliere i 1500 dollari e pagarsi così il viaggio per raggiungere l’Italia. La sua famiglia, invece, è rimasta in Sudan.
“Se facessi  ritorno nel mio paese nessuno potrebbe prendersi cura di me. Sarei rinnegata a causa delle violenze che ho dovuto subire”.
L’Italia, per fortuna, ha preso a cuore la storia della povera Pasqua. Le è stata riconosciuta, infatti, una protezione umanitaria. Quante come lei dovranno ancora subire le stesse persecuzioni, prima che la comunità internazionale ponga fine a questo inferno?
Oggi è il giorno della Resurrezione di Gesù Cristo.
Speriamo che un giorno ci possa essere anche la liberazione di tutte le povere e i poveri del mondo.

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