Scaffale Laterza: 13 giornalisti quasi perfetti

Alessandra Colucci

Per chi ama la professione alla follia e per chi la mitizza. Ma anche per chi, semplicemente, vuole conoscerla meglio

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Fughiamo subito ogni dubbio: i tredici giornalisti quasi perfetti di cui David Randall parla – benissimo – nel suo volume edito dalla Laterza (collana Contromano, 344 pagine, 12 euro) sono nomi ignoti ai più. Le loro vicende, le storie che hanno contribuito a raccontare, ciò che sono stati, sono voci che sembrano arrivare da un’altra epoca, non solo da un punto di vista strettamente cronologico, ma soprattutto più squisitamente professionale. Appartengono ad un giornalismo difficile da comprendere al giorno d’oggi, un giornalismo lontano dai computer, da Internet, dalla tv.

Tutti provenienti dalla carta stampata, sono uomini e donne che, a cavallo tra gli ultimi due secoli, hanno scritto pagine memorabili, non solo sui rispettivi giornali. Hanno raccontato pezzi di storia, spesso hanno contribuito a farla quella stessa storia che poi ha preso vita grazie alle loro penne ed è divenuta cronaca, ad uso e consumo di tutti, nel più pieno, logico, giusto senso di un mestiere, quello del giornalista, affascinante quando ingannevole.

Tredici cronisti che l’ex capocronista di ben tre quotidiani nazionali britannici ha scelto come se dovesse dare vita “ad una nazionale olimpica”, una sorta di caviale del giornalismo mondiale, con un unico, comune, denominatore: l’amore per il proprio mestiere. Il lettore, scorrendo le pagine, troverà quindi storie di uomini e donne che non sono rimasti chiusi nelle proprie redazioni, ma hanno affrontato la vita, scovando storie e raccontandole, scoprendo scandali e raccontandoli, scoperchiando pagine di malcostume e raccontandole.
C’è chi fece cadere governi, chi contribuì a scatenare guerre, chi ha strade intitolate, chi scuole, chi è rappresentato da statue nelle piazze, chi è venerato come eroe nazionale. E sono tutti sconosciuti ai più.

Molti, per forza di cose, quelli che non hanno trovato posto nella graduatoria di Randall e, tra questi, Isidor Feinstein Stone, Lincoln Steffens, Marguerite Higgins (grande acchiappa-notizie, pessima scrittrice), Ida Wells-Barnett (la sua denuncia dei linciaggi costituì un evento storico, ma fece la cronista per troppo poco tempo), Gloria Emerson del “New York Times”, Winifred Bonfils, Marvel Cooke, Gay Talese, John Pilger del “Daily Mirror” e Robert Fisk dell’”Independent”.

E quelli che invece ci sono? Svelare i loro nomi, far assaggiare le loro storie toglierebbe un po’ di gusto e chi scrive ritiene che le recensioni debbano incuriosire e non anticipare.

Questi tredici nomi appartengono a tredici sederi che non si sono appesantiti sulle sedie più o meno comode di redazioni più o meno fumose e rappresentano soprattutto un monito per chi sceglie di intraprendere questa professione. Come lo stesso autore raccomanda, i tredici scelti sono personaggi che dovrebbero rappresentare, per le nuove generazioni di cronisti “non solo punti di riferimento da ammirare e da cui imparare, ma, come avviene nello sport, protagonisti di record da uguagliare e, magari, persino da superare. Dopotutto, nessuna epoca più di quella attuale ha bisogno di cronisti qualificati. A beneficio del futuro è possibile che i cronisti redigano, come si suol dire, la prima bozza della storia; ma per il presente, l’hic et nunc, forniscono qualcosa di ancora più prezioso: la materia prima con cui giudichiamo il nostro mondo e coloro che ricercano il potere al suo interno. E la nostra migliore difesa nei confronti di demagoghi, ciarlatani, agitatori e imbonitori, e verso tutte le menzogne e le mezze verità che questi spacciano, sono i cronisti, specie i grandi”.

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