A teatro con i briganti di Santagata
All’Abeliano, la prima de Il sole del brigante scritto, diretto e interpretato da Alfonso Santagata
Lo spettacolo ha inizio: uno schermo, disposto sul fondo dell’intimo palcoscenico dell’Abeliano, trasmette le immagini di un cielo in tempesta. Le immagini si avvicendano rapidamente, avvolte dall’eco di una musica lontana, che riporta al passato, all’Oriente, alle radici più remote, mostrando, di volta in volta, lampi, nubi minacciose e tornado che investono il paesaggio, umano e non, mietendo vittime e seminando distruzione.
Mentre le immagini si chiudono su di un vortice che si dissolve gradualmente, si manifesta sulla scena una presenza, quella di uno strillone o, forse, di un narratore, con tanto di megafono a tracolla, che porta con sé la voce degli avi, del “nonno di mio nonno Giacomino” in una sorta di nenia che ha il sapore dell’antico, del ricordo che, perdendosi e ritrovandosi, giunge sino al 1860.
E, nel solco di questa data, prima fra le numerose citate nell’atto unico di Santagata, lo spettatore è ricondotto ad un periodo storico, quello compreso tra il 1860 e il 1866, ad un tema, quello del brigantaggio, e a tre regioni, la Puglia, la Basilicata e la Campania, i cui confini sono stati testimoni degli agguati, delle fughe ma anche delle vicende, crudeli e umane insieme, di un popolo e dei “suoi briganti”.
Tre le storie che si avvicendano: quella del brigante traditore, Giuseppe Caruso, vice del temibile Crocco passato al soldo dei piemontesi, quella di Antonio Cozzolino detto Pilone, artigiano e soldato borbonico prima, brigante e uomo tradito poi, e, infine, quella di Pontelandolfo e Casalduni, paesi rasi al suolo per ordine dei piemontesi, rei di aver ordinato che tutta la popolazione fosse passata a fil di spada affinché non restassero che “pietre su pietre”, e la cui storia è raccontata da un anonimo brigante, annichilito da tanta devastazione.
Alfonso Santagata di volta in volta è Caruso, Pilone o la voce di un popolo distrutto ma, nel suo trasmigrare, rimane sempre e soltanto la voce di una storia che, ad oggi, è stata sempre raccontata a metà, da un solo punto di vista, quello del vincitore, del ricco, consentendo alle divisioni manichee, bene male, bianco o nero, di avere la meglio su di una verità che, invero, si tinge dei toni del grigio, dell’ambiguità e che, dietro l’apparenza di un fenomeno “criminale”, nasconde una Storia scabrosa, densa di anfratti in cui “crudeltà e poesia”si intrecciano senza soluzione di continuità.
A rendere più pregevole l’opera, l’inserimento di immagini, riprodotte sullo schermo, che, facendo capolino tra i monologhi, mostrano non soltanto contributi fotografici con valore testimoniale, ma veri e propri richiami metaforici come quello rappresentato dall’immagine di occhi che guardano e bocche che gridano afone come a voler ricordare il silenzio imposto ai più deboli nella Storia scritta dal “grandi”.
Purtroppo, nonostante il denso valore storico e sperimentale di questo spettacolo irriverente, sardonico, amaro e fresco come le origini della terra che racconta, il pubblico presente alla prima non ha condiviso il messaggio di Santagata dimostrando, talvolta, non solo un livello di apprezzamento assai basso ma un’incomprensione delle soluzioni più sperimentali.
Ciononostante, Il sole del brigante rimane una sfida artistica che riesce a spiazzare.
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