Il Cappello che unisce Bari con Parigi

Antonella Ardito
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Buona la Prima per Alessandro Piva: il suo Cappello di Paglia di Firenze vola leggero tra le architetture minimali e i giochi a tutto teatro del regista di Mio Cognato.
Sul palco del Teatro Piccinni preparatevi ad ammirare un allestimento semplice ma estremamente curato nei particolari, con il recitato che scorre su uno schermo a led bianchi e un pannello “quarta parete” che si adatta a giochi prospettici di luci e ombre e alla proiezioni di alcuni fotogrammi di Renè Clair, tratti dal film Un Chapeau de Paille d’Italie.
La storia di questa farsa è tipica di un genere (il vaudeville) molto amato in Francia nella seconda metà dell’800 per le rappresentazioni di storie di tradimento e affini. Alcuni tratti confluiranno poi nel teatro grottesco di cui è stato grande esponente Luigi Chiarelli. Qui però si tratta di un’opera in musica che ha un suo “libretto” una sua precisa coincidenza tra parole e musica che Nino Rota scrisse con la madre riprendendo la commedia di Eugène Labiche.

La storia è ambientata nella Bari degli anni ’20: a ricordarlo distintamente camice nere e pettinature con abbondante brillantina, l’abside della Vallisa (trasformata nelle visione di Piva in carcere) e balaustre in stile Liberty che ricordano palazzo Mincuzzi. Nel testo non è stato possibile cambiare i nomi (quasi tutti francesi) e i riferimenti espliciti a Parigi, ma le disavventure di Fadinard, che si ritrova il giorno del suo matrimonio in casa due amanti (Emilio e Anaide) perché il suo cavallo ha mangiato il cappello dell’adultera, potrebbero essere ambientate ovunque. Gli toccherà fare il giro della città, tirandosi dietro tutto il corteo nuziale, per trovare un capello uguale e salvare l‘onore della signora, che senza copricapo non può tornare a casa dal gelosissimo marito. Mille peripezie, il matrimonio, l’invasione in casa della baronessa di Champigny fingendosi il violinista Minardi, per poi scoprire che un cappello identico a quello di Anaide era sempre stato a casa sua tra i regali di nozze.
Nella rivisitazione 2007 del capolavoro rotiano l’uomo cinema che c’è in Piva viene fuori non solo con la semplice ma azzeccata proiezione del temporale di Clair, ma nell’uso totale che fa dello spazio teatrale: la coppia di sposini  Elena e Fadinard, le modiste, il corteo che ormai stanco si trova a ripararsi sotto il velo della sposa in un continuato Tutta Parigi noi giriam. Le visione si sposta in platea, con il divertito (per molti) o non accettato (per Michele Mirabella) lancio di riso di Nonancurt, ma anche sui palchi, da dove si affacciano dormienti baresi, capaci di gettare a Nonacourt un sorcio gigante in faccia.

L’unica forzatura si trova nel finale: i lampioni del lungomare accostati alla Tour Eiffel  per il bacio finale tra Elena e Fadinard. Per il resto ottima la scelta di dare ad ogni atto un colore e coraggioso l’uso del viola.
La prova dell’orchestra della Provincia rispetta la continua crescita dell’ensamble, stavolta guidato dal Maestro Giovanni di Stefano, che ha saputo dirigere magistralmente nello stretto della buca del Piccinni (i timpani sono traslocati su un palco laterale).
Alessandro Piva ha riscosso buoni e sinceri consensi nel portico del Piccinni: adesso è importante vedere il riscontro che avrà fino a domenica 11 marzo.

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