L’educatore impertinente

Alla libreria Laterza, incontro per celebrare i quarant’anni di Lettera a una professoressa
A quarant’anni dalla sua pubblicazione, Lettera a una professoressa, opera collettiva frutto dell’esperienza della scuola di Barbiana e incentrata sulla figura e sugli insegnamenti di don Lorenzo Milani, continua a essere considerata una guida pedagogica forte in grado, nelle parole di Eugenio Scardaccione, dirigente scolastico e autore, di “cambiare il modo di essere e di fare scuola”.
In effetti, a detta di Edoardo Martinelli, ex allievo di don Milani, e dello stesso Scardaccione, nonostante i profondi mutamenti intervenuti, a livello sociale e scolastico, nel corso di questi anni la forza dell’esperienza raccontata nelle pagine della Lettera risiede nella capacità di portare la riflessione pedagogica lontana dal nozionismo e dall’astrattezza per immergerla nella concretezza della vita. Difatti, ha sottolineato nel suo intervento Scardaccione, “la scuola deve essere legata alla vita così come la vita stessa deve trasformarsi in scuola” affinché l’istituzione che formalmente è rivolta alla formazione e all’istruzione dei più giovani non si limiti a trasferire delle informazioni ma possa forgiare delle “teste pensanti proiettate in un processo di crescita partecipativo”. In tal senso, uno dei principali obiettivi dell’ “educatore impertinente” don Milani era quello di creare soggetti attivi “né omologati, né ideologizzati ma pensatori liberi” capaci di trasformare la realtà e non soltanto di subirla. In proposito, nella parole di Gianfranco Zavalloni, dirigente scolastico, artista e burattinaio, la costruzione di un rapporto “creattivo” con il territorio riveste un ruolo fondamentale e, a tale scopo, “la scuola, in quanto luogo di produzione della cultura, deve muoversi anche nel senso della sua divulgazione giacché, senza questa, la cultura perderebbe il proprio senso”.
L’esperienza vissuta dalla scuola di Barbiana, in quanto esempio di azione, offre lo spaccato di una realtà in movimento in cui, attorno alla figura di un “priore”, nelle parole di Martinelli, e alle iniziative di una scuola collocata in un’area disagiata, “la povertà ha preso coscienza di sé valorizzando le proprie risorse per trasformarle in ricchezza”. A detta dei presenti, infatti, la vera forza di don Milani e della sua esperienza educativa risiedeva nei numerosi contadini che, a costo di immensa fatica, hanno reso possibile “il miracolo di Barbiana” giungendo in questo modo, attraverso “un’educazione alle scelte”, al proprio riscatto sociale.
Nella vivace atmosfera accesa dai discepoli di don Milani e dagli estimatori di quello che potrebbe essere definito un “cult della pedagogia”, è riuscita a far capolino anche la presentazione di un’opera di Scardaccione espressamente dedicata agli insegnamenti di Barbiana. Infatti nel suo irriverente Tu secchi, Io fiorisco, edito da Progedit, Scardaccione racconta al lettore i suoi sogni a cui, a suo avviso, “bisognerebbe dare cittadinanza piena”e, in un percorso che attraversa i sentieri del viaggio e della memoria, tesse gli elogi delle relazioni umane vera fonte di qualsiasi processo educativo.
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