A Bari la magia spensierata del Cappello di Paglia
Alessandro Piva al battesimo con la regia teatrale
Il sette marzo sarà riproposta per la quarta volta a Bari Il Cappello di Paglia di Firenze: la farsa musicale ad opera di Nino Rota, illustre compositore, barese di adozione, prima di essere l’uomo musica delle Notti di Cabiria e de La Strada, rivivrà nel genio di Alessandro Piva, alla sua prima esperienza teatrale e nelle “regolatezza” del Maestro Giovanni di Stefano.
“E’ la prima produzione con un sostegno privato (la Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia ndr)”, spiega Giandomenico Vaccari, sovrintendente della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari, “e intendiamo, e di questo è sostenitore anche il Sindaco di Bari ( perché Michele Emiliano è presidente dell’ente), continuare su questa strada. Il Cappello è totalmente prodotto a Bari, le strutture di scena sono state approntate nei nostri laboratori che già stanno lavorando per il Gianni Schicchi. Vogliamo iniziare una campagna di sensibilizzazione verso gli enti interessati a creare delle partenership e costituire un’associazione di soci sostenitori per dare forza al binomio cultura e economia”.
La prima del Cappello andò in scena nel 1955 a Palermo, due anni dopo a Bari per poi essere rappresentato in tutto il mondo. Non più Parigi fin de siécle ma una Bari di matrice fascista (1924) farà da fondale alle disavventure di Fadinard, sospeso tra il suo matrimonio e un intoppo amoroso che non gli appartiene fatto di paglia e voile e che lo porterà a fare il giro della città.
C’è stato uno studio attento degli arredi di Duilio Cambellotti, vedremo pezzi di antiquariato in scena, divise e coloriture diverse per gli abiti, toni accesi per i potenti, toni pastello per la piccola borghesia.
Alessandro Piva ringrazia del coraggio la Fondazione e cerca di spiegare le sue difficoltà nell’approccio al Cappello: “L’unica cosa che ho chiesto alla Fondazione è l’appartenenza dei cantanti alla Puglia, affinché questo progetto fosse connotato come nostro e molti di loro appartengono alla nostra terra. All’inizio chiamavo i cantanti attori ma poi mi son deciso a chiamarli artisti (potrebbe chiamarli anche cantattori, ha suggerito il cronista), e nell’ambientazione ho cercato quelle immagini della città che mi stanno nel cuore. Ogni personaggio avrà un suo percorso psicologico, perché ho cercato di dare ai cantanti di dare un perché alle loro azioni. Certo le sfumature non saranno facili da cogliere come si può fare con la macchina da presa, con un primo piano ma tanto mi ha aiutato il film di René Clair e la sorveglianza di Giovanni di Stefano”.
Non è semplice per due artisti così diversi trovare un punto di incontro ma il maestro ha apprezzato l’ingenuità di Piva ad avvicinarsi all’opera. “Lo ha fatto in punta di piedi, con semplicità, ricordandomi il rigore di Nino Rota.”
Che l’uomo della Capa Gira sia destinato al teatro? “Servirà un grande applauso per convincermi a continuare su questa strada, ho un percorso di crescita che va verso la videoarte ma sarebbe anche bello comporre un giorno qualcosa di nuovo e metterlo in scena.”
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