Da un Matarrese a un altro

Matarrese (Antonio) sta facendo le valigie: neanche i suoi padroni presidenti lo vogliono più. Matarrese (Vincenzo) le valigie le farà a fine campionato. Fra i due si snoda la metafora di un falliment
La performance di Antonio Matarrese ai microfoni di Radio Capital è ormai agli atti. Ognuno può giudicare da sè, grazie alla rete, se sia stato o meno frainteso o se, come invece siamo sicuri sia accaduto, il buon andriese si sia lasciato andare a quella sicumera molto da contadino arricchito che gli è propria da sempre.
Lo ricordiamo tronfio e anche un po’ vanesio quando si arrogò il merito di aver portato a Bari i giochi del Mediterraneo nel 1997, lo ricordiamo come riapparso dalle sue stesse ceneri dopo le batoste elettorali per ricoprire un ruolo che era stato devastato da calciopoli. Ma le stagioni sembrano essere davvero finite per Antonio Matarrese che, se non altro, in questa ultima circostanza ha avuto il merito indiscusso di mostrarsi per quello che realmente è ed è sempre stato. Un cinico al servizio di altri cinici, i padroni del circo Barnum del calcio dei soldoni, quello che non provoca mai, ne mai provocherà, alcuna ricaduta sociale se non le devastazioni di questi giorni.
Matarrese rappresenta bene quella classe imprenditoriale italiana che ha fatto del calcio il suo “secondo lavoro” sperando che gli procurasse un reddito maggiore del primo lavoro. La classe che intende gestire gli stadi ma non acquistarli dai comuni, che non vuole spendere un euro per la sicurezza e che ha fino all’altro ieri, sputtaneggiato impunemente con i cosiddetti ultras, incurante di verificare se gli stessi, lungi dall’esser solo dei tifosi un po’ vivaci, fossero anche delinquenti dediti alla violenza e al razzismo.
Ma ora ha esagerato anche per i pelosissimi stomaci dei presidenti di Lega. E se ne deve andare: se non lo farà di sua spontanea volontà, sarà buttato fuori da quegli stessi che lo hanno eletto, sia pur con una maggioranza risicatissima. Precederà di qualche mese Vincenzo, che prudentemente annuncia da mesi il suo ritiro dal Bari ( e dal calcio si spera). Due parabole in fase discendente ma che in verità non hanno mai toccato picchi eccelsi. Come è in discesa la parabola dell’intero circo del calcio, che ha subito una vera caduta verticale dopo gli ultimi due morti ammazzati del “sistema”, giusto per usare un parola cara ad Antonio Matarrese.
Possiamo dire che entrambi lasciano dietro di sè solo macerie. E non per ricordare sadicamente la vicenda di Punta Perotti, cui i Matarrese hanno tentato più volte di attribuire la scarsità di risorse per rinforzare la squadra del Bari. Ma perchè davvero del calcio, almeno oggi, resta solo il peggio e l’inutile, come uno stadio da 60 mila posti vuoto da anni, ottimo per fare scuola guida di giorno e gettonatissimo punto di incontro di notte. Nessuna ricaduta vera sulla città, nessuna paideia per i suoi abitanti più giovani ed ora, per giunta, la beffa di una chiusura ormai inevitabile, ma inevitabile a termini di legge.
Di una sola cosa possiamo dirci abbastanza consolati: sulle follie dette da Antonio Matarrese, per fortuna, non ci sono stati distinguo o differenze tra destra, centro e sinistra. Come davanti ad una catastrofe naturale o alla coppa del mondo, il Paese si è unito nel respingere al mittente le sbarrellate del buon andriese. Certo non basta, ma è un buon inizio per fare davvero punto e a capo e dimostrare che, per una volta, la vita, la dignità, la sicurezza, la faccia insomma, contano più dei soldi.
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