Memoria corta

Dienece

Solo un giorno per ricordare lo Sterminio? Forse è solo ipocrisia

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Il nostro corsivista ha l’amaro in bocca, nel cuore e sulla punta delle dita che battono sulla tastiera del suo calcolatore. E si sente. Ma come evitare che le commemorazioni dei fatti più tragici dell’umanità non si limitino, appunto, ad una frettolosa tacca messa sul calendario della storia?

Baracche di legno sconnesse, tute a strisce, cani pastori che abbaiano nella notte, fili elettrici, zigomi troppo accentuati, terreno fangoso, una alta ciminiera. Per ricordare tutto questo è necessario fare un appunto sul calendario. Già perché, si sa, le cose da ricordare sono tante e il solito tran tran quotidiano ci prende. Forse troppo. Ci prende, ci avvinghia, ci rende schiavi del momento, della necessità più vicina, come se per rimanere in piedi in un campo pieno di buche il nostro sguardo fosse costretto appena oltre i nostri piedi, e non potesse mai fissarsi sull’orizzonte, impedendoci di farci capire dove stiamo andando.

O forse mettere un appunto su un calendario è un sistema, un po’ farisaico, per dire che si è coscienti. Un po’ come l’8 Marzo, i diritti delle donne sono sacri. Peccato che poi già dal 9 Marzo la realtà continui a soffocare tutte queste buone intenzioni. Accade così che mentre sessantacinque anni fa chi costruiva fili, baracche e ciminiere tenesse una politica priva di falsi moralismi, oggi a costruirli sono quelli che hanno ben in vista una statua di una donna, con un libro e una fiaccola. Molto più in grande, deviato, rispetto al cartello “il lavoro rende liberi”. Ma non sono solo loro, no. Il campo di sterminio è antecedente e successivo al fenomeno nazista. Per uno che cadrà, un altro sorgerà.

Così scrivo oggi, di questo argomento, perché oggi è il momento in cui verrò ascoltato in misura maggiore. Cos’è un lager… Un lager non è solo baracche e fili, non è nemmeno solo un odio bestiale, non lo si può ridurre ad una politica scientemente praticata. La definizione che ho trovato più aderente la ha data una sua vittima, riportata da Primo Levi nel suo libro Se questo è un uomo. Nessun discorso retorico: cinque parole.
“Kamaraden, ich bin der Letze!” (Compagni, io sono l’ultimo!)
Un lager sta tutto in questo urlo di impiccaturo cosciente che non servirà, ma che comunque porta a termine il suo compito, diligente. Il seguito che Levi scrive, ne è la conferma. “Vorrei poter raccontare che tra noi, gregge abbietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperti la testa che quando il tedesco ce l’ha ordinato”.

Quell’urlo ha travalicato il confine del reticolato, della situazione specifica. Un lager è una condizione psicologica. E’ la continua autocensura. E’ il minimo sforzo che ci costerebbe poco compiere e che non facciamo, un’abitudine pericolosa, questa. E’ il pressappochismo, è il buonismo, l’ignoranza. E’ quando credi di aver toccato il fondo, e il terreno torna a franare sotto i propri piedi.

A cosa serve votare una risoluzione che condanni il negazionismo, pensiero volto a sconfessare l’esistenza della shoà, se chi la ha promossa istituisce campi come Guantanamo o Abu Ghraib? Bisogna veramente pensare che il Presidente iraniano abbia colto nel segno, etichettandola come una strumentazione politica? Del resto, le collusioni criminali degli Stati Uniti con le stragi più diverse non sono un mistero.

 E se perfino questa risoluzione è un uso scorretto della politica, cosa pensare allora della Giornata della Memoria? Sessantadue anni fa le truppe russe entravano ad Auschwitz: non credevano a quello che vedevano. Con estrema semplicità, non ci credevano. Del resto, i filmati girati provocano in noi, che pure siamo già preparati, la stessa reazione. Ma è veramente necessario trovarsi di fronte all’inimmaginato, per essere stimolati a pensare ad un mondo in cui certi valori vengano riconosciuti a tutti, in cui fare uno sforzo, un sacrificio per l’altro sapendo che tutti se ne trarrà giovamento?
Fate in modo che quell’uomo non sia l’ultimo. Che il suo grido non sia stato gettato al vento. Perché se Levi si chiede se questo è un uomo, quello sì, lo era. Il resto è un branco di vegetali.

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