Jasenovac, lo sterminio dimenticato

Inaugurata alla sala Murat la mostra sul campo di concentramento voluto da Ante Pavelic
La giornata della memoria è alle porte. Sabato, infatti, sarà il giorno in cui l’Italia, insieme a tutte le nazioni del continente europeo, si fermerà per ricordare quanto l’egoismo e la barbarie umana siano stati in grado di realizzare durante la seconda guerra mondiale.
La storia, si sa, presenta tanti capitoli oscuri. Alcuni non sufficientemente analizzati, altri di proposito dimenticati e mai trasmessi nel tempo.
Tra queste pagine non può non essere citato il campo di sterminio di Jasenovac nei Balcani, ricordato stasera presso la sala Murat con un incontro promosso dall’associazione Un ponte per Belgrado.
Quando si parla di Jasenovac ci si riferisce ad uno dei più grandi campi di concentramento nati in Europa. Per la precisione sulle rive del fiume Sava, ad un chilometro a sud est da Zagabria. Esso fu voluto dallo stato indipendente di Croazia governato da Ante Pavelic, alleato nazi-fascista ed organico alle strategie hitleriane di espansione territoriale e di pulizia etnica.
A Jasenovac vi trovarono la morte quasi seicento mila persone tra ebrei, serbi, rom, musulmani e oppositori politici al movimento degli ustascia capeggiato dallo stesso Pavelic.
Un movimento che trae origine dal partito croato dei diritti fondato nel 1861 da Ante Starcevic e di cui Pavelic emerse da lì a sessant’anni come suo successore.
L’obiettivo del dittatore croato era opporsi alla costituzione di un regno di Jugoslavia federativo (così come era stato imposto dal colpo di stato del re Alessandro I nel 1929) e creare, allo stesso tempo, una Croazia indipendente. La formazione del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni pensata dalle potenze vincitrici della Grande guerra, non bastò da sola per risolvere quei problemi che la causa dello “jugoslavismo” imponeva. L’esigenza di integrare popolazioni che erano state nemiche durante la prima guerra mondiale, era sentita da americani e alleati come traguardo prioritario da raggiungere se si voleva iniziare ad intraprendere quel percorso arduo rappresentato dall’unificazione identitaria del popolo slavo. Tuttavia, la ragion di stato non bastò far dimenticare quanto accaduto durante la prima conflagrazione bellica.
I vertici del movimento di Pavelic espatriarono e si stabilirono in Italia, Austria, Germania e Ungheria. Dall’estero iniziarono una forte propaganda rivolta alle varie comunità di croati sparsi per l’Europa, ottenendo denaro e strutture anche da Benito Mussolini, il quale voleva sfruttare il nazionalismo croato con l’obiettivo di disgregare e destabilizzare il Regno di Jugoslavia.
Da lì a poco giungerà l’assassinio di Alessandro I e la formazione di una nuova regione quale la Croazia. Una territorio, quello croato, all’epoca costituito per un terzo da serbi e la cui gestione politica era assai prossima a quella di una nazione. Con l’occupazione dell’esercito tedesco nel 1941 la Germania invase la Jugoslavia e la Croazia si trasformò in uno stato indipendente. Pavelic potè iniziare così lo sterminio dei serbi.
A Jasenovac fu allestita la terribile fabbrica della morte. Migliaia di bambini furono massacrati spietatamente. Più di duecento mila serbi cercarono di fuggire dalla Serbia occupata dai tedeschi, ma per la stragrande maggioranza l’obbligo era quello di convertirsi al cattolicesimo. In Croazia, Pavelic ordinò lo sterminio di migliaia di bambini provenienti da altre terre slave. Forni creamotori, lavori forzati, corpi nudi. Nella sala Murat le foto atroci di questo brutale pezzo di storia si alternano nella loro crudezza lasciando ammutoliti gli ospiti della mostra. Per anni quanto accaduto a Jasenovac è stato offuscato. Troppo pericoloso, per ciitadini e autorità politiche, riaccendere il ricordo in una terra continuamente sul filo della rivalsa etnica e della persecuzione (vedi quanto accaduto con il genocidio di Milosevic).
L’idea jugoslava iniziata nei primi decenni del novecento è tramontata con Jasenovac. “Oggi quel campo di sterminio – ricorda Svetlana Stipcevic, docente slavo presso l’Università di Bari – lo si vorrebbe trasformare in un luogo di sofferenze individualizzate, con vittime nominate evitando di ricordare la ragione degli omicidi di massa. Jasenovac deve essere eretto a monumento perenne per ricordare un grande crimine contro l’umanità. La storia non si costruisce con l’annientamento della memoria” .
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