Vicenza della discordia
Ovvero: lo scoglio su cui potrebbe anche cadere il governo Prodi
Il nostro corsivista non poteva mancare di dire la sua su una questione solo apparentemente marginale ma che ripropone, ancora una volta, la schizofrenica politica estera italiana, fra impegni internazionali e legittime spinte ad una più forte autonomia da un alleato ingombrante e, negli ultimi tempi, piuttosto imbarazzante. I Corsivi di Dienece escono su Barilive.it ogni martedì.
Naturalmente, si farà. Non pensate nemmeno per un momento, che si possa recedere. Gli “amici” americani non vanno traditi.
Così, la base militare di Vicenza, sarà ampliata. In base a quale diritto, questo non è dato di sapere, così come non è chiaro il motivo di questa operazione. Quello che è chiaro, invece, anche se non tutti lo hanno presente, è che ci ritroviamo di fronte ad un Paese occupato. E non parlo dei vari Iraq, Afghanistan et similia, ma dell’Italia. Nel Belpaese, tra basi operative, depositi, poligoni di tiro e stazioni di telecomunicazione e radar abbiamo un totale di 113 basi militari statunitensi. Si tratta di una vera e propria rete che percorre tutto il nostro Paese.
Ovviamente l’Italia si trova in una posizione strategica, sia geograficamente, poiché è situata in mezzo al Mediterraneo, sia politicamente, in quanto vicina a Paesi più forti come Germania e Francia e vecchia linea di confine dei due blocchi della Guerra Fredda. Le basi più importanti sono quella di Aviano, quella di Camp Ederle (Vicenza), San Bartolomeo (La Spezia), Camp Darby (Pistoia), Capo Teulada (Cagliari), Gaeta, Napoli, San Vito dei Normanni (Brindisi) e Sigonella (Catania).
Una valutazione approssimativa e per difetto degli yankee presenti in Italia e attivi nelle basi, tra militari e civili di supporto, li stima in 11.000. Cosa ci fanno undicimila statunitensi in Italia? Non i turisti, questo è poco ma sicuro. Il nostro Paese è risultato utilissimo come piattaforma logistica durante le “operazioni” nell’ex-jugoslavia, e per la pianificazione di alcune in Iraq. E’ anche un funzionale deposito di armi. Oltre ai milioni di proiettili americani custoditi in depositi sparsi per tutte le nostre regioni, abbiamo il privilegio di ospitare una novantina di bombe atomiche targate U.S.
Soldatini che vengono, soldatini che vanno. Quelli italiani, ovviamente.
Nel 1991 avevamo 2.500 militari impegnati a dispensare democrazia, nel 2005 erano 12.000, e la tendenza non pare proprio quella della riduzione dell’“impegno”. Le principali missioni che li vedono impegnati sono o sono state “Antica Babilonia”, in Iraq, ISAF, in Afghanistan, IFOR-SFOR, in Bosnia Erzegovina, KFOR, in Kosovo e Hallied Armony, in Macedonia. Per il resto si tratta di frattaglie sparse in diverse aree di crisi (19 Paesi, 28 missioni militari). Questo vero e proprio Risiko trova la sua giustificazione ufficiale nello stato reale di necessità in cui determinati Paesi si trovano.
Ma il motivo per cui si muove il nostro esercito, al pari di quello americano, non è questo, o, almeno, è vero solo in parte. Tralasciando le oscenità commesse in Somalia dalle nostre truppe, l’impegno più costante nel quale si sono viste impegnate le forze armate in Iraq è l’addestramento di forze di polizia; e non potrebbe essere diversamente, avendo noi inviato militari. Per la ricostruzione di edifici ci sono già da tempo delle imprese che si sono prenotate, tutte rigorosamente straniere, e che stanno guadagnando un sacco di soldi. Questo non è aiuto umanitario disinteressato.
Se si volesse effettuare del peacekeepikg corretto bisognerebbe far intervenire l’esercito solo per consentire alle vere associazioni umanitarie internazionali di operare e prestare la loro opera di soccorso, e non per occupare un Paese ed imporre il proprio governo fantoccio. Perché è questo che stanno facendo in Iraq ed in Afghanistan le nostre truppe, sostenendo gli “amici” americani. La corretta applicazione del peacekeeping comporterebbe anche una drastica riduzione della spesa pubblica. Già perché, per chi non lo sapesse, una missione militare costa milioni di euro. Per la precisione un miliardo di euro, visto l’articolo 188 della nuova finanziaria.
A proposito di spese belliche, il Ministero della Difesa è uno dei pochi che vede in costante espansione il capitolo delle spese pubbliche a proprio favore. Nel 2007 saranno più di 18.000 milioni gli euro destinati in tale senso, con un aumento del 2% rispetto all’anno scorso. Quindi, se da una parte Sanità e Scuola Pubblica si vedono tagliare sempre di più le risorse, dall’altra si investe in Difesa. Parte della spesa inoltre è destinata all’acquisto di armi come sommergibili, sistemi missilistici, e aerei da caccia, tutte assolutamente inadatte a contrastare una guerriglia come quella impostata dai “terroristi”. Qualcuno si è chiesto, lecitamente, chi dobbiamo attaccare.
Ora il Governo rischia di trovarsi in un vicolo cieco. Per quel che riguarda la base di Vicenza, cerca di scaricare la competenza della questione sugli Enti locali, i quali a loro volta provano a tirarsene fuori invocando l’autorità nazionale. Quello che è certo è che, ancora una volta, la volontà dei cittadini, non solo vicentini, verrà ignorata. Anche la responsabilità viene palleggiata a livello politico tra i due schieramenti parlamentari. A mio avviso è inaccettabile, oltre che gravissimo, che il precedente Governo Berlusconi abbia stilato un accordo di questo tipo all’insaputa non solo dei cittadini, ma del Parlamento e delle istituzioni: la cosa andava quantomeno discussa. Il Governo Prodi però, esclusa la Sinistra “radicale”, si è subito affrettato a mettere in chiaro che oramai gli accordi erano presi e non si poteva tornare indietro. Vero, ma si richiede un minimo di presenza e peso politico in più: proprio in virtù della “segretezza” dell’accordo si potevano sospendere le operazioni e vedere il da farsi. Ma, ovviamente, non se ne parla nemmeno di contrariare gli “amici” americani, inseguendo così una politica di raccolta delle briciole costante, fatte cadere con compiacenza dagli americani. L’Italia sarà a fianco degli Stati Uniti perché la soluzione di essere vicini ai più forti è sempre la più comoda. Del resto, è la storia delle due guerre mondiali.
Contemporanea sarà la discussione del rifinanziamento della missione Afghana: il Governo rischia grosso perché la sinistra “radicale” ha già promesso un voto negativo se non verrà quantomeno stabilito il rientro delle truppe entro una data stabilita, mentre la destra si è già schierata a favore (ovviamente). Perciò l’Unione ha la brillante alternativa di far passare la proposta con i voti dell’opposizione, o di osare ponendo la fiducia, cosa che alla fine non farà perché rischia veramente di fare le valige. Sarà interessante vedere come andrà a finire.
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