Avsi: è l’educazione l’antidoto contro la povertà

Paola Mammarella

I cattolici troppo spesso dimenticano le loro complicità con il colonialismo

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“Riescono a fare più i comboniani in Africa che gli aiuti umanitari”. Suonano provocatorie le parole del dottor Gastone Collini, esponente milanese dell’AVSI (Associazione di Volontari per il Servizio Internazionale).
Opera come chirurgo in Uganda il dottor Collini che, insieme all’ingegner Antonio Zeffiri, responsabile dell’AVSI Bari, spiega l’attività umanitaria della sua organizzazione al numeroso pubblico riunito ieri sera al fortino, nel Borgo antico di Bari.


Sono molti i progetti portati avanti da questa organizzazione non governativa nata nel 1972 e oggi accreditata presso le Nazioni Unite. Iniziative finanziate in collaborazione con la Banca Mondiale, il Ministero degli Affari Esteri italiano, l’Unione Europea e l’Unicef.
Nucleo fondante di un’attività che si snoda in 32 Paesi e coinvolge più di 19 mila ragazzi è l’educazione.


“L’importante non è portare aiuti umanitari”, dice Collini, ma saperli mettere a frutto. Creare non tanto le professionalità, ma insistere sulle personalità è la sfida per rispondere ai bisogni reali. Non solo a quelli immediati per poi spostarsi in un altro teatro di emergenze. È il bisogno educativo quello a cui risponde l’AVSI, generando nell’uomo domande sul proprio operato e guidando la ricerca delle risposte con l’amicizia.


“L’educazione si svolge con due attori”, continua Collini. “Uno propone e l’altro accetta. Il successo sta nel fascino della proposta, nella corrispondenza tra questa e le domande profonde che ognuno serba in sé. Così ci sono due libertà che si incontrano. Apparentemente un antidoto contro la costante dipendenza dagli aiuti internazionali. Una strada per l’emancipazione del sud del mondo, verso uno sviluppo consapevole, slegato da ogni residuo di colonialismo e di abbandono da esso derivato, ma solo a patto di accettare i valori cristiani. Dichiarandosi “politicamente non corretto” afferma come “la possibilità di progresso per l’Uganda e gli altri Paesi sta in Gesù Cristo”. La superiorità della Chiesa rispetto alle ONG per Collini risiederebbe nella forza delle professionalità, nella maggior valorizzazione degli strumenti a disposizione, senza considerare l’indotto di prostituzione innescato, loro malgrado, dalle organizzazioni. Racconta di quando, dovendo eseguire un complesso intervento chirurgico, si accorse che l’ospedale di Oima era dotato di tutti gli arnesi necessari, che versavano però in condizioni igieniche disastrose a causa dell’incuria. “Tutto ciò che diamo per scontato, le macchine, l’acqua corrente, derivano dalla nostra cultura. Un insieme di cognizioni tramandato da San Benedetto, dai Romani, dai Greci, che la tradizione cattolica ha trasmesso”, afferma. Riconoscere questa identità è il segreto per “non buttare il più grande patrimonio a nostra disposizione” e non finire per “tagliare il ramo su cui sediamo”. Perché la fede, a detta di Collini, non consiste nel recitare il rosario, ma nel trasmettere una mentalità di rispetto e cura insegnando l’accoglienza del diverso e la disponibilità ad imparare.


È questo il segreto della vera educazione, l’obiettivo cui mirano le iniziative AVSI. Spicca la campagna delle tende, una massiccia raccolta di fondi per finanziare scuole a Betlemme, sostenere la maternità in Uganda, generare lavoro per rilanciare il Kosovo, promuovere le adozioni a distanza e formare i bambini in presenza di operatori competenti. Perché “dare il superfluo” , risalendo all’etimologia latina, significa portare il meglio di noi stessi agli altri.
Grande rilievo anche per la “cooperazione decentrata”. L’iniziativa, illustrata dall’ingegner Zeffiri, trae origine dalla possibilità, riconosciuta per legge, di accedere a specifici fondi degli enti locali destinati a sostenere i progetti umanitari. Come successo nel Comune di Gioia del Colle, che si è fatto promotore dell’artigianato femminile in Albania.
Una frontiera significativa per Bari, multiculturale per tradizione, terreno ideale per favorire il dialogo. Perché i valori cattolici, identificati da molti nel progresso, siano anche rispettosi delle identità altrui.


Una “chiosa” necessaria


Durante la dominazione coloniale portoghese in Angola, i preti cattolici gestivano anche il servizio anagrafe: non si potevano dare nomi “indigeni” ai bimbi perchè considerati pagani e peccaminosi. Ed ecco dunque sfilze di Pedro, Maria, Miguel, Francisco battezzati a forza dai solerti missionari che poi stilavano un certificato di nascita. E siccome gli “indigeni” finivano per avere gli stessi nomi dei “civili” portoghesi, per distinguere che si trattava di negri, il certificato di nascita portava  una bella scimmietta dalla lunga coda stampigliata in un angolo del foglio.


Spessissimo, anzi praticamente sempre, “non si poteva diventare cristiani senza al contempo diventare portoghesi” e stiamo parlando non del 1500 ma degli anni anche immediatamente a ridosso dell’indipendenza che l’Angola conquistò nel 1975, dopo quasi cinque secoli di oppressione, iniziata nel 1482. I missionari cattolici in Angola sono sempre stati contigui ai colonizzatori, da cui ricevevano favori e protezione, nonchè il diritto di sfruttare la popolazione locale. E questo anche durante ilregime fascista e razzista di Salazar, con cui il Vaticano aveva stipulato l’immancabile Concordato. Solo pochissime eccezioni, nel corso degli anni, si sono distinte per coraggio e scelta di campo, a livello comunque sempre individuale e mai istituzionale.


Sono queste le cose che ci piacerebbe si dicessero, anche, quando si parla di Missionari cattolici. I Comboniani, poi, nati dal carisma di Daniele Comboni che vedeva nell’Africa il Continente della purezza e delle possibilità, avrebbero un dovere doppio rispetto agli altri, di spiegare e raccontare che cosa è davvero stata la “cristianizzazione” degli Africani. In ogni caso, per chi ha buona volontà e voglia di imparare, rimando alle opere dello Storico burkinabé Joseph Ki-Zerbo, recentemente scomparso e a quelle del sociologo angolano Pedro Miguel, disponibili presso la libreria “La Goliardica” in via Roberto da Bari, per poter iniziare almeno a capire certe cose senza ricadere nella criminale superficialità di certe analisi e di certe sintesi.


di Ki-Zerbo citiamo la Storia dell’Africa Nera. Un continente fra preistoria e futuro, Einaudi


mentre di Pedro Miguel :


Talamungongo. Lo sguardo dell’Africa per il III Millennio, Edizioni Romanae


Dibubu. La voce che manca all’Utopia Interetnica, Edizioni Romanae


Honga: Guida per un’immersione felice fra i Bantu dell’Africa Nera, Edizioni Nuova Specie (fd)

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