Sui passi (perduti) della Storia – VII puntata: San Francesco della Scarpa

Chiara Divella

Un sito antichissimo, uno dei primi insediamenti che dettero origine alla nostra città

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Il complesso di San Francesco della Scarpa sorge in via Pier l’Eremita, al limite di Bari vecchia, verso il mare, in corrispondenza dell’ingresso del porto nuovo. Composto dal monastero francescano e dalla sua chiesa, doveva essere uno dei luoghi sacri più suggestivi della nostra città. Ahimè dobbiamo usare l’imperfetto perchè oggi non resta alcuna traccia del passato artistico e religioso di questo edificio. Infatti in quelle che erano le antiche stanze del convento, ha ora sede la soprintendenza per il patrimonio storico-artistico della Puglia, mentre la chiesa è da 15 anni adibita a laboratorio di restauro. Riutilizzo che cela, sotto false spoglie di modernità, quel convento che la tradizione collega con la presenza di San Francesco a Bari. Probabilmente il Santo, ospite di Federico II nel castello, presenziò all’inizio dei lavori, preceduti dalla donazione ai Francescani della cappella di Santa Caterina da parte della famiglia Dottula. Infatti dal “Bollario francescano” si apprende che “per antichissima, universale, ininterrotta tradizione di questa città, il padre Santo nell’anno 1220… pose con le proprie mani la prima pietra della costruzione del convento, le cui fondamenta collocò nel fondo della chiesetta di Santa Caterina, a lui concessa dall’illustrissima famiglia Dottula per cui il cenobio, che fino ad oggi è stato abitato da noi, reca il titolo e l’appellativo di Santa Caterina”.

Secondo Giacomo da Vietri, i Frati Minori conventuali si insediarono in Puglia nel 1217 e a Bari nel 1220; indipendentemente dalla veridicità o meno di questa informazione, la fondazione del convento fu certamente anteriore alla scomunica di Federico II, che avvenne nel 1227. Invece l’ampliamento della cappella di Santa Caterina e la costruzione della chiesa dedicata a San Francesco risalgono al periodo della sconfitta degli Svevi (dopo il 1266) e dell’avvento del regno angioino, e furono realizzati grazie alle elargizioni imperiali. La nuova chiesa, costruita come ampliamento della cappella di Santa Caterina, fu completata tra il 1306 e il 1321. A navata unica, coperta da tetto a capriate, era chiusa da un’abside con volta a crociera, con due vani aggiunti ai lati; il complesso comprendeva un oratorio, il refettorio con l’annessa cucina e il dormitorio dei frati, con affaccio verso il mare.
Forse a partire dal 1436, il convento fu chiamato di San Francesco “della scarpa”, per distinguere i frati minori conventuali dai frati minori osservanti, che calzavano gli zoccoli e si insediarono a Bari in quest’epoca. Il chiostro a pianta quadrilatera fu costruito nel 1511, come ricorda l’epigrafe incisa su un pilastro insieme allo stemma dei de Corticio, famiglia aristocratica che mise a disposizione i fondi per la sua realizzazione. Al centro dell’ambiente, circondato da un armonioso loggiato, c’è un pozzo, un tempo sormontato dalla statua di Santa Caterina.

L’edificio ospitava abitualmente poveri e ammalati e, in occasioni eccezionali come la peste del 1522 e quella del 1656, divenne centro assistenziale per coloro che erano colpiti dall’epidemia; trovarono qui riparo anche i superstiti dei terremoti che devastarono Bari nel 1456 e nel 1631.
La chiesa fu restaurata e riconsacrata nel 1672, 40 anni prima della cappella di Santa Caterina. Il complesso fu utilizzato per scopi militari, prima dai francesi (1798-1815) e successivamente dai borboni (1815-1860) e da questo momento in poi iniziò la decadenza dell’edificio, che fu modificato profondamente rispetto alle strutture originali. Dopo essere stato affidato a varie confraternite nel periodo dell’unità d’Italia, proseguì l’uso militare dello stabile, che nel 1943 fu utilizzato per accogliere le truppe inglesi. Danneggiato dall’esplosione di una nave da carico nel 1945, divenne un centro di raccolta profughi e furono apportate trasformazioni ancor più radicali. Passato dal Demanio dello Stato a quello della Regione (1972), nel 1979, durante le operazioni di stonacatura e rifacimento del pavimento della chiesa conventuale, furono scoperte 23 tombe-ossario risalenti ai secoli XVI-XVIII. Sotto le sepolture vennero trovate alcune monete bizantine che facevano pensare all’esistenza di strutture medievali, e per questo motivo si decise di avviare l’esplorazione archeologica delle zone sottostanti la chiesa. Nell’aula absidale della Chiesa conventuale, libera da sepolture, venne scavata una trincea, che però diede scarsi risultati. Si decise allora di ampliare il campo di indagine scavando sotto alcune sepolture e in questo modo fu più facile individuare gli strati corrispondenti alle diverse epoche di vita del complesso.

Il sito, antichissimo, fu occupato fin dalla preistoria (età dei metalli: XVI-XI-X secolo a.C.) da un abitato di capanne a pianta ovale con abside, pavimento in argilla e una necropoli con tombe a fossa. Frammenti di ceramiche geometriche e di intonaco di capanne risalenti all’età del Ferro sono gli unici ritrovamenti appartenuti a quest’epoca tanto remota.

Al periodo compreso tra l’età arcaica e quella classica risale una sepoltura ad enchytrismos (sepolture in vasi di argilla): il vaso conteneva le ossa di un feto e lo scheletro completo di una “talpa europaea”, evidentemente penetrata nella sepoltura dopo il seppellimento e lì rimasta imprigionata.
Scarse sono le tracce di frequentazione del sito in età classica ed ellenistica (V-III secolo a. C.), mentre i ritrovamenti più cospicui risalgono all’età romana. Si tratta di resti di una domus di età augustea del I secolo d. C., con pavimento musivo, chiodi da tetto e da strutture murarie, da infissi e mobili, e suppellettili domestiche di uso quotidiano: strumenti da lavoro come aghi, ami e pesi da reti; oggetti per toilette, ornamento, e gioco come cucchiaini per uso cosmetico, spatoline, uno specchio, un anello, fibule, dadi, pendagli di bronzo; vetri, piatti, suppellettili da mensa e da cucina; frammenti di lucerne con dischi decorativa motivi vegetali, scene erotiche e figure allegoriche; ed infine monete, le più antiche risalenti ai secoli III, II e I secolo a C.

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