Aids e indifferenza: doppio impegno per il CAMA LILA
E’ il preservativo l’unico mezzo per ridurre i contagi
AIDS. Vent’anni fa la chiamavano la peste dei gay. Niente di più falso, i dati mostrano infatti come le più colpite dal contagio siano le persone eterosessuali. La dottoressa Angela Calluso, esponente delCAMA-LILA (Centro Assistenza Malati di AIDS – Lega Italiana per la lotta contro l’AIDS) ci accompagna nel lungo viaggio verso un mondo consapevole, fatto di prevenzione, differente da quello attuale, caratterizzato dal disinteresse delle istituzioni e da messaggi poco chiari.
Dopo i ripetuti incendi dolosi che hanno distrutto la sede dell’associazione, i volontari tornano a interrogare l’Amministrazione per cogliere le intenzioni in merito alla ripresa delle attività. Suscita perplessità la proposta di installare delle videocamere di sorveglianza. Troppo costose e, a meno che non direttamente collegate con le centrali di polizia, incapaci di costituire prova. Dubbi sul responsabile, individuabile con ogni probabilità in un socio malato che sfoga così la propria rabbia. Succede spesso nei servizi sociali che un soggetto disagiato si scagli contro chi lo aiuta, unico punto di riferimento verso cui incanalare anche le emozioni negative, “ma continuiamo ad assisterlo perchè è nella logica delle cose, diamo per scontato che possa succedere” spiega la dottoressa. “Ciò non cancella l’atto illegale e non giustifica l’inerzia delle forze dell’ordine che mi hanno risposto di vedercela da soli col nostro socio” aggiunge.
Nonostante le difficoltà oggettive, il CAMA –LILA continua la sua attività. Unica realtà nella provincia di Bari, riesce ad assistere oltre 300 malati all’anno sia in collaborazione col Policlinico, sia con l’assistenza domiciliare. “Rimane fuori chi non sa di noi, perché c’è poca propensione a parlare delle nostre attività” racconta la Calluso, spiegando che esiste ancora un concetto errato di volontariato, composto da persone che “non sanno come passare il tempo”. La professionalità dei volontari, la formazione cui sono sottoposti, smentisce questo antico retaggio creando valore aggiunto ed essendo talvolta l’unico punto di riferimento, dovendo colmare le lacune istituzionali.
Molto spesso l’AIDS è associata alla discriminazione, alla solitudine, al senso di colpa. Colpisce in tutte le fasce di età e in ogni ambiente sociale. I contagi associati all’attività sessuale si aggirano intorno al 70%, quelli riscontrati tra i tossicodipendenti sono solo il 14%, segnando un totale ribaltamento della situazione rispetto agli anni Ottanta. Complici del cambiamento l’alta prevenzione tra i tossicodipendenti, la diffusione di droghe diverse, non iniettabili con la classica siringa che ha affollato l’immaginario collettivo, ma soprattutto la poca chiarezza nell’educazione sessuale.
Chi si ammala grazie alle nuove terapie può condurre una vita quasi normale, simile a quella di chi convive con altre malattie croniche. Deve essere messo in condizione di lavorare in un clima sereno e può affrontare la maternità consapevole e sicura. I dati degli ultimi dieci anni confermano infatti l’assenza di trasmissione del virus HIV dalla madre al bambino grazie a medicinali specifici e al parto cesareo. Le cure sono costose e incidono pesantemente sulla spesa pubblica sanitaria. “Una prevenzione chiara, insieme alla diffusione della cultura del preservativo, sarebbe la soluzione più razionale”, afferma la dottoressa, dispiaciuta che l’influenza di certe correnti cattoliche rendano insipide le campagne governative, lasciando il fardello della chiarezza alle associazioni di volontariato. Diffondendo l’utilizzo del preservativo la soglia del contagio scenderebbe dal 70 al 10%, i dati devono considerare non solo i casi della malattia conclamata, ma anche la trasmissione della sieropositività, che ancora non compare nelle statistiche nazionali. Vendere il preservativo al prezzo di un farmaco salvavita ne aumenterebbe l’utilizzo, cambiando la prospettiva anche di quanti, pur potendoselo permettere, non lo usano per cultura.
Dopo un silenzio durato sei mesi si attendono risposte dalla Regione Puglia, soprattutto in merito alle commissioni previste dalla legge 135/90 sull’AIDS. Si auspica la creazione di un tavolo composto da personale scientifico e da volontari, che, come già avviene in altre regioni italiane, sfrutterebbe dei fondi già a disposizione della Puglia, ma finora inutilizzati. Grande possibilità di miglioramento e svecchiamento. Occasione da non perdere per il tacco d’Italia.
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