E Koreja si dimette dal Sud

Mariangela Del Vecchio

Presentato alla libreria Laterza il testo di Franco Ungaro su Koreja

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Quella dei cantieri teatrali Koreja, come racconta Franco Ungaro in Dimettersi dal sud. I cantieri teatrali Koreja, edito da Laterza, è un’esperienza di impresa e comunità il cui obiettivo, sin dagli esordi, è stato quello, provocatoriamente indicato nel titolo, di “dimettersi” dagli stereotipi  che ancora oggi caratterizzano il Mezzogiorno d’Italia nell’immaginario collettivo e da quel “plumbeo conformismo clericale”, nelle parole dell’Assessore Silvia Godelli, intervenuta alla presentazione, che sembrava aver condannato l’universo culturale del Meridione in un tradizionalismo deteriore.
Ma Koreja, come sottolinea il critico teatrale Egidio Pani, ha rappresentato anche la volontà di visibilizzare l’esperienza culturale del Salento, in cui i cantieri hanno visto la luce, in un tentativo di “sprovincilizzarsi” senza, tuttavia, tradire la provincia  ma, al contrario, creando una vera “comunità in movimento”  in grado di attraversare e accogliere tutto il territorio pugliese e oltre.

Ma più che una ricostruzione storico-archivistica, l’opera di Ungaro dedicata ai cantieri Koreja si presenta come un acuto lavoro di riflessione e di memoria in cui, ripercorrendo l’esperienza di questa formidabile impresa o, per dirla con Gianfranco Viesti, docente di economia all’Università di Bari presente all’evento, “intrapresa”, si evidenzia la capacità del teatro di nascere proprio laddove sono presenti  ferite e bisogni che la politica non riesce a risolvere.
In particolare, lo stesso Viesti, chiamato ad intervenire, si sofferma sulle variabili  che hanno reso  Koreja non soltanto un’esperienza  culturalmente pregevole ma anche una realtà economicamente rilevante. Infatti, nello sviluppo di questi cantieri teatrali hanno rivestito un ruolo di spicco l’imprenditorialità, ma un’imprenditorialità “diversa”, innovativa, in grado di segnare una rottura dalle arti e dai mestieri della tradizione, nonché il legame con l’Università e, quindi, con le strutture della ricerca, il radicamento nel territorio inteso come rete di competenze capace di nutrire l’intrapresa con l’emergere della domanda, e con l’incontro e la contaminazione delle idee e, infine, le esportazioni, ovvero la facoltà di confrontarsi non soltanto con il territorio fidelizzato ma anche con “il resto del mondo”.

I cantieri teatrali Koreja, pertanto, nelle parole di Viesti, rappresentano una storia di straordinaria promozione territoriale di cui, tuttavia, paradossalmente, nessuno parla e di cui la politica, troppo impegnata a parlarsi addosso, ignora l’esistenza perseverando nella separazione tra la rappresentazione mediatica dell’Italia e l’Italia vera.
La riflessione proposta da Ungaro, d’altronde, non trascura di porsi importanti interrogativi sul futuro del teatro e della cultura in un contesto in cui, come sottolinea lo stesso autore, è molto facile confondere l’economia della cultura e la promozione del territorio con un economicismo becero che costringe a una deriva verso la più volgare massificazione consumistica. Naturalmente, il teatro ha bisogno di innovazione,  e soprattutto necessita di rivolgersi  alle nuove generazioni per conquistarne l’appoggio e per continuare a vivere piuttosto che a sopravvivere in una versione “mummificata”. Ma  questo può accadere solo trovando una conciliazione, come Koreja ha saputo fare, tra il bisogno di rottura e di imprenditorialità e il rifiuto del consumo basato sullo sterile consenso.

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