Letteratura e immigrazione: oltre l’identità

Mariangela Del Vecchio

Alla libreria Laterza, incontro con gli scrittori Amara Lakhous e Tahar Lamri

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È la ricerca della plurivocità e del molteplice a farla da padrone nei discorsi e nelle opere di Amara Lakhous, autore del libro Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, edito da E/O, e di Tahar Lamri, autore de I sessanta nomi dell’amore, edito da Tracce Diverse.

Il nuovo ciclo di incontri letterari presso la libreria Laterza si apre, dunque, all’insegna di quelli che, con espressione corrente, vengono considerati due veri e propri casi letterari tanto più straordinari quanti più si evidenzia che gli autori, entrambi di origine algerina, hanno deciso di esprimersi non nella lingua madre o in quella del colonizzatore ma in una lingua “altra”, diversa da quella o, sarebbe meglio dire, da quelle dell’infanzia e da cui, pur tuttavia, come sottolinea Lakhous, gli scrittori, ancora “stranieri” dinnanzi alla legge, hanno ricevuto la propria cittadinanza. Una decisione complessa  che, nondimeno, si incastra perfettamente con le problematiche dell’immigrazione e dell’identità manifestandone la portata e le numerose implicazioni.

In particolare, nel romanzo di Amara Lakhous,  identità e lingua, che l’autore avverte come punti nevralgici della propria ricerca letteraria assieme a quello della seduzione del racconto, si offrono prepotentemente al lettore che decida di inoltrarsi  nell’intricato tessuto narrativo fatto di storie singolari che si intersecano con quella di Amedeo-Hamed, immigrato nella cui voce si rispecchiano i luoghi comuni e le meschinità  e in cui prende corpo il pressante interrogativo sul senso e sull’esistenza di un’identità italiana. Infatti, nel romanzo di Lakhous, che utilizza il giallo, l’omicidio come pretesto per parlare di immigrazione e di stereotipi, nelle molteplici modulazioni della lingua, che si tinge delle inflessioni dialettali e delle diversità sociali, e nei personaggi “italiani ma etnicamente diversi” si palesa l’impossibilità di definire in modo univoco “l’italianità”.

Ma questo racconto, in cui lo stile scoppiettante e ironico si alterna a momenti più ruvidi o commoventi, presenta anche la particolarità di essere il frutto della riscrittura di un’opera, originariamente concepita da Lakhous in lingua araba, che ha lasciato, dunque, il posto, attraverso non una mera traduzione ma una rinascita, ad un testo “diverso”, un ibrido nato dall’incontro tra la cultura algerina e il mondo italiano .

Su di  un differente versante si colloca, invece, l’opera di Tahar Lamri che, ne I sessanta nomi dell’amore, aviluppa il lettore in una morbida trama narrativa caratterizzata da microstorie intervallate da una corrispondenza amorosa. Un’opera più “orientale” nei temi e nell’ardore, come sottolinea Bruno Brunetti, docente all’Università degli studi di Bari intervenuto alla presentazione,  ma in grado di penetrare il lettore con dolorosi fendenti. In quest’opera il pellegrinaggio linguistico e identitario si fa più complesso talora intrecciando, in un’accurata architettura narrativa, l’italiano, l’arabo, il francese e i dialetti settentrionali. Una cura profonda della lingua, in particolare quella italiana, verso la quale Tahar Lamri esprime  un amore tanto più appassionato quanto più impossibile da consumare perché rifugge dal completo possesso. Una scrittura, quindi, che “non corica semplicemente le parole sulla pagina”, come sostiene Lamri, ma che, nomade, cerca un approdo.

E dunque, dinnanzi al “pellegrinaggio circolare” di questo caleidoscopico universo letterario di scoperta, non si può che lasciare la parola al lettore.

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