Il Racconto di Natale

Gianpietro Occhiofino

Articolo 10 Costituzione, comma 3: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel ter

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Quindici anni di contesa armata, più di 500.000 morti. Questo è il bilancio della guerra civile che continua a insanguinare la Somalia. A seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di pochi giorni fa con la quale si è deciso l’invio di  un contingente di pace, il conflitto si è notevolmente accentuato. Da quasi due settimane sono in corso tremende sparatorie nei villaggi di Moddoy e Rama’addey. Lo scontro, che vede contrapporsi da una parte le Corti Islamiche, il movimento al potere a Mogadiscio e in gran parte del territorio nazionale, dall’altra le forze governative fedeli al premier Ali Mohamed Gedi, continua a mietere vittime innocenti.

In questo tragico quadro si colloca il racconto della vita di Ibrahim (il nome è di fantasia). Tutto comincia negli anni novanta. Siamo in Somalia e gli equilibri socio-politici sono molto precari, incerti. Il nostro bambino (all’epoca aveva appena sette anni) viveva in una famiglia benestante, fino a quando la caduta del governo centrale somalo nel 1990 decreterà l’inizio di una drammatica adolescenza. I suoi genitori nel giro di pochi giorni perdono tutto: casa, lavoro, e infine la vita.

Il padre, funzionario del Ministero della Comunicazione, viene ucciso nel 1995 ad opera di milizie locali. Stessa sorte toccherà alla madre un anno dopo, rimasta vittima di un attentato assieme ad altre 70 donne mentre allestiva la sua bancarella in un mercato nel centro di Mogadiscio. I responsabili sono sempre gli stessi: i mercanti delle armi, signori delle guerre. Il ragazzino, nel frattempo, diventa maggiorenne. Spinto da una grande forza di volontà comincia a studiare informatica.

Dal 1999 al 2001 insegna inglese ed informatica presso una scuola di Mogadiscio. La vita gli riserba, purtroppo, un’ulteriore sorpresa. Nel 2001, a causa della sua attività politica svolta all’interno della scuola, diviene bersaglio di gravissime minacce fino alle aggressioni fisiche. Subisce violenze, torture. I segni sono ancora visibili, i responsabili sempre gli stessi. A quel punto decide di abbandonare a malincuore la Somalia. Comincia così il suo viaggio della speranza. E’ il dicembre del 2001.

Versa 2000 dollari e dal suo paese si sposta prima in Egitto, dove risiede per due anni, poi in Libia. Attraversa il deserto per 12 giorni, vivendo soltanto di acqua, frutta e speranze. E’ questo il macabro destino che colpisce i migranti, che lasciano clandestinamente la propria terra. Nel giugno del 2003 a bordo di una delle tante carrette del mare approda in Sicilia, a Lampedusa. Insieme ad altri connazionali, viene portato nel centro di prima accoglienza di  Bari-Palese dove chiede asilo politico. Dimora nel campo di Palese per circa 21 giorni.

La Commissione Centrale per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato gli concede il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Spinto dalla naturale necessità di migliorare le proprie condizioni di vita, decide di partire per Roma, dove passerà la notte per diversi giorni nella stazione Termini. Qui viene convinto da altri migranti ad intraprendere l’ennesimo viaggio della speranza: destinazione Norvegia. Attraversa il Belgio, l’Olanda ed infine arriva in Norvegia, dove trascorre 6 mesi della sua vita, dormendo in un centro per rifugiati politici.

Nel gennaio 2004 la polizia norvegese, scopre che il Paese in cui aveva presentato domanda d’asilo era l’Italia, e quindi, in ottemperanza del Regolamento Dublino, lo costringe a tornare qui. Arriva all’aeroporto di Bari. Non sa cosa gli succederà e non capisce il perché di questo viaggio forzato. All’aeroporto, però, non trova solo la polizia ma anche un operatore di un’associazione che finalmente gli spiega cosa stia accadendo e gli dà una mano a cercare una sistemazione, seppur provvisoria. E’ così che conosce il Consiglio Italiano per i Rifugiati, ONG costituitasi nel 1990 sotto il patrocinio dell’UNHCR. Grazie a tale, prezioso supporto rinnova il permesso di soggiorno e trova accoglienza prima dai Missionari Comboniani, poi dalle suore di Madre Teresa di Calcutta della nostra città.
 
A Bari riceve grandi attestati di amicizia e di affetto. Finalmente la vita comincia a sorridergli. Trascorre un anno presso una parrocchia di Capurso, dove riesce a lavorare, per quanto possibile, come falegname e come facchino. Studia la lingua italiana, frequenta corsi di formazione, contribuisce alla realizzazione di un documentario sul problema dell’immigrazione clandestina. Grazie alla sua grande forza di volontà e al supporto del C.I.R di Bari, diviene interprete e mediatore culturale, prestando servizio presso alcune associazioni che operano nel sociale e presso la Questura.

Nel frattempo cerca di risparmiare un po’ di soldi . Nel giro di pochi mesi riesce ad aiutare economicamente i suoi nonni, sua sorella, i suoi nipoti, rimasti in Somalia. Le cose cominciano ad andare meglio sia per lui che per la sua famiglia. Con gli aiuti economici che manda in Somalia i suoi parenti riusciranno a costruirsi una propria casa, il più grande traguardo raggiunto nella sua esistenza.

Oggi quel bambino di sette anni è un uomo, vive a Bari ed è padre di due splendide bambine. Con la qualifica di mediatore culturale cerca quotidianamente di dare una mano ai suoi connazionali in difficoltà. E coltiva un sogno: sfogliare le pagine dei quotidiani e non trovarsi più dinnanzi a titoli,  tipo “Ennesima tragedia delle carrette del mare”. Un sogno anche nostro.

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