Armida Miserere, donna dura e molto fragile
Tra biografia e romanzo, l’autrice scrive della vita di Armida Miserere, direttrice di penitenziario che si tolse la vita
Raccontare la vita degli altri non è semplice. E lo è ancora meno se si tratta di un personaggio molto particolare. Una donna dalle tante sfaccettature, che ha dedicato la sua vita al servizio dello Stato in maniera impeccabile, in un mondo quasi esclusivamente maschile, come quello penitenziario. In questo ambiente Armida Miserere, direttrice di carcere, ha cercato di combattere senza compromessi determinate logiche. Battaglie, a causa delle quali le hanno cucito addosso l’etichetta di donna dura. Grazie alla sua professione, cominciata nell’84 nel carcere di Parma, vive gli ultimi trent’anni della storia italiana in prima linea, dalla mafia alle Br, passando per il terrorismo islamico. Il racconto di questa straordinaria protagonista si arresta inevitabilmente il 18 aprile 2003, giorno in cui Armida si spara un colpo alla tempia nel carcere di Sulmona.
Storia controversa e dai contorni indefiniti, quella di una donna denominata inflessibile, che, però, decide di togliersi la vita. E anche un ottimo spunto per chi si ciba quotidianamente di queste vicende. Come Cristina Zagaria, giornalista di cronaca nera di Repubblica Milano, fino a qualche mese fa giornalista della redazione di Bari. La cronista barese rivela, infatti, di essere “stata attratta per caso da un articolo di giornale che parlava di lei. Mi ha interessato molto l’etichetta da dura che si portava dietro. Ma poi ho pensato: ‘Una così dura può decidere di suicidarsi?’”.
Ne viene fuori il ritratto della donna Armida Miserere, nella sua professione e nella sua vita privata. Una storia vera, scritta sotto forma di romanzo, attraverso le testimonianze degli amici, del fratello e dei documenti inediti che rivelano i pensieri e i sentimenti più nascosti di un’eroina del ventunesimo secolo, a cui spesso l’autrice ha prestato emozioni e riflessioni. “Molte cose le ho lette e riportate”, dice Cristina Zagaria, “ma molte altre le avevo già immaginate prima di leggerle nei diari. Credo ci siano delle storie che in un certo senso ti chiamano”.
Il libro (Miserere, Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato, 314 pp., 14,50 €), pubblicato da Dario Flaccovio editore, centennale casa editrice di Palermo che ha pensato bene di cucirlo, anziché incollarlo, è diviso in tre fasi. “Felicità, normalità e morte”, spiega la giornalista di Repubblica, “proprio come i tre momenti della vita di ognuno di noi”. L’esistenza di questo personaggio è comprensibile solo se strettamente relazionata alla vita di un uomo che la cambierà. “La storia di Armida”, afferma l’autrice, “si intreccia con quella di Umberto Mormile, educatore nel carcere di Opera, nei pressi di Milano. I due si innamorano e sognano insieme di cambiare la struttura carceraria. Siamo nel periodo della legge Gozzini”. La legge del 10 ottobre 1986, n. 663, che estende le misure alternative alla pena carceraria e interpreta appieno il concetto di rieducazione e risocializzazione del detenuto.
Ma i sogni non durano molto. “I colpi di scena esistono solo nei film”, dice Cristina Zagaria, “e tutto finisce nella primavera del ’90, quando Mormile viene ucciso a colpi di pistola fuori dal carcere. Si è trattato di omicidio ordinato dall’interno della casa circondariale”. Da quel momento inizierà la fase calante della vita di Armida Miserere, che non riuscirà mai a dimenticare il suo compagno e comprenderà ben presto che l’altro sogno sarà quasi impossibile da realizzare. Secondo la cronista di Repubblica, “ad un certo punto la protagonista si arrende alla vita e si suicida. Ma non dobbiamo dimenticare che esistono diverse forme di suicidio”. Un libro coinvolgente che non macherà di sorprendervi.
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