Andrea Piva e la solita Bari
Presentato al liceo “Scacchi” e alla libreria Laterza l’ultimo libro dello scenaggiatore de “LaCapaGira”.
Si chiama “Apocalisse da Camera” ed è il romanzo d’esordio di Andrea Piva, sceneggiatore dei film diretti dal fratello Alessandro: “LaCapaGira” e “Mio cognato”.
La prospettiva provocatoria e ruvida con cui Andrea Piva ha già rappresentato Bari, trova, nel suo ultimo libro, una ulteriore espressione artistica.
Qui ad essere sotto i riflettori non è il tratteggio volgare e violento del mondo criminale barese espresso nel film “LaCapaGira”. Non è nemmeno il codice d’onore notturno che campeggia tra le strade del capoluogo in “Mio Cognato”. Ora c’è il mondo universitario barese, e nello specifico la Facoltà di Giurisprudenza. Dove un assistente di filosofia del diritto, Ugo Cenci, viene rappresentato all’interno di una vita segnata dall’alcol, dal fumo e dal sesso. Soprattutto quello con le studentesse al fine di superare gli esami.
Il registro comico-tragico si svilupperà, poi, con il declino esistenziale del protagonista declassato dal suo superiore, il professor Frappelle, il quale incomincia a nutrire dubbi sul lavoro del suo assistente.
Una storia che l’autore ha voluto presentare ieri pomeriggio agli alunni del Liceo scientifico Scacchi prima di raggiungere il salotto della Laterza nell’appuntamento serale delle 21.
Un libro dove la caratterizzazione socio-antropologica di Bari e dei suoi cittadini è lasciata per così dire sottintesa nel grigiore che attornia il protagonista: “ E’una altra porzione della mia città – racconta Andrea Piva- mentre ne “LaCapaGira” erano tutti dei malavitosi e con la borghesia non si c’era nessun minimo contatto, qui si racconta la storia di un intellettuale perso nelle sue passioni e protagonista di una esistenza in costante declino interiore. Completamente staccato dal grigiore della malavita e dei suoi rituali”. Nel libro, ricorda Piva, “non esistono personaggi positivi” e la scrittura “rimanda alle strutture dei classici della letteratura”.
Fatto sta che Bari è ancora per Piva il contesto ambientale preferito per le sue storie. Intrecci che dipingono una città afflitta dalle sue arsure ed oscenità. Grigiori di malavita frammisti ad una iconografia della realtà barese che induce timore e rassegnazione. Frammenti di realtà che hanno portato a riconoscimenti importanti sullo scenario nazionale ed europeo, basti pensare agli applausi ricevuti a Berlino.
Ma quanto la rappresentazione di questo sottobosco incide nel diffondere una idea distorta della città?
“In realtà – risponde Piva agli studenti – questo è solo un problema che sento qui a Bari. Parlo della mia città perché è quella che conosco meglio, ma vi assicuro che quando sono andato a Francoforte alcune persone mi hanno fermato dicendo di avere con il film ben rappresentato i sobborghi di alcune località tedesche”.
“Non solo- aggiunge- ora in Germania così come a Roma qualcuno ha iniziato a parlare il dialetto barese. Pertanto quale modo migliore per diffondere le nostre peculiarità se non attraverso il cinema o la letteratura?”.
Sarà. Ma come sempre il sud, e nello specifico Bari, ritorna all’attenzione dei media e ai risuoni della pubblica opinione solo grazie alla diffusione di immagini funestate dal buio di ciò che la divora in maniera subdola: malavita e corruzione. Siamo lontani dalle rappresentazioni pasoliniane della Roma del dopo guerra.
Anche in questo esercizio letterario di Piva si stentono a riconoscere le tracce di un riscatto che la città esprime ogni giorno con le sue energie e potenzialità. Insomma, per il momento è la solita Bari.
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