Kimany Marley: “Non c’è reggae senza Jah”

Danilo Calabrese

Nella mattinata si è prestato ad un incontro con i giovani baresi

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Sorride, entrando nell’aula di Lettere affollata di ragazzi. Impossibile non riconoscerlo. La sua risata, i suoi occhi non tradiscono. Kimany Marley, uno dei figli del leggendario Bob, viene accompagnato dalla sua crew per rispondere a domande e curiosità sulla sua vita, sulla sua musica. Prima di cominciare, però, un minuto di preghiera rivolta a Jah Ras Tafari, il messia africano Haile Selassie, il “re dei re” etiope, 225° discendente della dinastia, originato da Re Salomone e dalla Regina di Saba, che ha dato vita al Rastafarianesimo.

Ad attenderlo due giornalisti, Fabrizio Versienti e Nicola Morisco, e Koblan Amissah, presidente del Centro Interculturale di Bari, Abusuan, tra gli organizzatori del festival Soul Makossa, di cui Kimany è ospite. Si avverte molta curiosità intorno al personaggio per il suo nome, ma soprattutto per come ha deciso di portarlo. Lui, due album all’attivo (Journey to Jah e Many more roads), una raccolta e un paio di parti cinematografiche, ha, infine, deciso di continuare “la missione di mio padre. Voglio dedicarmi solo a questo, mettendo al primo posto l’aspetto più importante della musica reggae: il suo messaggio”.

Due nozioni imprescindibili l’una dall’altra, musica reggae e spiritualità, delle quali Kimany si è innamorato col tempo. “Ho sentito un avvicinamento graduale verso il reggae”, ha detto l’artista giamaicano, “e sono certo di una cosa: non ho scelto io la musica, ma la musica ha scelto me”.
Cresciuto a suon di musica, il giovane Marley, come gran parte dei suoi coetanei cantanti caraibici, suona un reggae contaminato dalla soul & black music, dal funky e dal rap. Un genere indubbiamente più evoluto, ma “una cosa non può cambiare di certo: la missione. Suo padre”, ha ripetuto più volte Akila, amico di Bob e guida spirituale del giovane Marley, “era un angelo in terra con il preciso compito di annullare le differenze e trovare un punto di contatto tra le diverse culture tramite la parola di Ras Tafari. E Kimany è qui per seguire le sue orme”.
  
Tema ovvio, quello sulla vita e la musica di Bob, per il giovane Marley, che ha intrapreso con estrema serenità e orgoglio, non temendo in alcun modo confronti. Parlando di suo padre, ha ricordato come “il rapporto è stato condizionato dal poco tempo vissuto insieme. Avevo sei anni quando se n’è andato. Però l’influenza dei miei fratelli e degli altri che gli sono stati accanto mi porta a relazionarmi con lui continuamente”. Difficile il paragone con il genitore, ma sembra abbia appreso molto dai suoi esempi di vita. “Non tutti riescono a mantenere la retta via.”, ha detto di alcuni nuovi gruppi giamaicani, sempre più spesso concentrati su temi omofobici, “Molti vengono tentati dalla vanità e dall’autocelebrazione. Ma il messaggio mistico deve andare avanti ugualmente”.

Si è districato bene attraverso parole sagge e calibrate, come quelle del suo papà spirituale. “Sono passati 76 anni dal messaggio di Ras Tafari”, ha concluso Akila, commentando lo scoppio dei fanatismi religiosi nel mondo, “e da allora in Giamaica, terra benedetta nel ’66 proprio da Haile Selassie, non viene più sparso sangue, mentre attorno ci sono guerre di tutti i tipi. Ricordate: la rivoluzione è solo mentale”. 
Il tempo è ormai scaduto. C’è spazio solo per i saluti finali. Microfono in mano, un attimo di silenzio e Kimany Marley intona assieme al pubblico One love, tra le più famose canzoni del padre. Un breve assaggio, prima del concerto serale. 

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