LFF Storie di trasformazione

Mario Bucci
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Volendo dare un senso completo alle proiezioni che hanno riempito la terza giornata del Levante Film Festival, non si può trascurare questa sottile traccia che ha legato quasi tutti i film ieri in concorso nelle tre diverse sezioni.

Se è vero che nel pomeriggio la qualità dei documentari ha segnato un leggero calo, toccando il fondo con il brutto Ger to ger. Dalla città alla steppa di Fabrizio de Bartolomei (filmino di un viaggio in Mongolia trasformato in pseudo documentario) a seguire si sono viste le pellicole più interessanti fino ad ora proposte.

Il tema della trasformazione è stato dapprima affrontato dal ben riuscito Come prima di Mirko Locatelli (sezione Experience) che ha portato sul grande schermo il dramma di un ragazzo (e della sua famiglia) dopo un grave incidente che gli ha fatto perdere l’uso delle gambe e delle dita delle mani. Girato tutto con camera a spalla, interpretato per la maggior parte da attori non professionisti (ad eccezione del bravo Giuseppe Cederna) il film ha tutto sommato un piacevole tocco narrativo, non troppo invadente nonostante lo stile adottato dal regista, e si conclude con una bellissima sequenza in cui Andrea, lo sfortunato protagonista, apre un pacco regalo nonostante tutte le difficoltà che il suo nuovo fisico, mutato da un triste destino, gli impone. Un film dunque che nella trasformazione inserisce l’importante elemento della volontà nell’accettare i cambiamenti che la vita a volte impone.

Ancora il tema della trasformazione è stato affrontato dal molto bello Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti (sezione Custom) che ha realizzato un’opera corale, ancora una volta interpretata da attori non professionisti, la storia di un pastore francese e della sua famiglia che si trasferisce nella comunità di montagna di Chersogno. Dapprima la nuova vita della famiglia francese sembra procedere secondo le leggi della più quieta accoglienza ma a poco a poco la ristretta e chiusa comunità di montagna incomincia a respingerne la sua cultura, fino all’epilogo tragico dell’abbandono. Il film è stato sicuramente il più bello passato fino a questo momento sugli schermi dell’Armenise, cinema che ospita la manifestazione diretta da Mimmo Mongelli, e si pone come uno dei candidati ufficiali per la vittoria di questa sezione. Giorgio Diritti, presente in sala di fronte ad un pubblico che ha molto apprezzato il suo lavoro, è riuscito a raccontare una storia in dialetto che ha il sapore agrodolce del cinema di Chabrol e Avati, un connubio ben riuscito al quale è andato il plauso del pubblico.

A conclusione della serata, l’ultimo cinema di trasformazione, l’ennesima trasposizione cinematografica dell’opera di Oscar Wilde, Chiamami Salomè di Claudio Sestrieri. Interpretato, a differenza dei precedenti film, da attori professionisti (e del calibro di Ernesto Mahieux, Elio Germano, Carolina Felline e Caterina Vertova) anche questa pellicola è arrivata al Levante Film Fest segnata dall’abbandono della distribuzione cinematografica italiana. Ernesto Mahieux e Carolina Felline, ospiti della manifestazione, ne hanno raccontato le vicissitudini di fronte ad un nutrito pubblico basito.

Per commentare dunque la terza giornata di “trasformazioni” del Levante Film Fest, ben si presta una battuta del film di Giorgio Diritti: il vento fa il suo giro, ed alla fine ogni cosa torna. 

Grande attesa oggi per altri due film in concorso per la sezione Custom, Hans di Luis Nero e Shooting Silvio di Berardo Carboni, che saranno introdotti (come da consuetudine del festival) dai loro autori.

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