Notting Hill al team: sòrbole che delusione
La Falchi decisamente fuori parte (e fuori tono) per una pièce (mal) ricavata da un celeberrimo film
A parziale discolpa della delusione che l’adattamento teatrale di “Notting hill” (in scena al Teatroteam il 24 e 25 ottobre, regia di Massimo Natale) ha suscitato in chi scrive, va detto il progetto era piuttosto ambizioso, per non dire sfrontato. Il titolo, si sa, era altisonante e rimandava ad un film campione di incassi nel 1998, magistralmente interpretato da due vecchie (seppur giovani) volpi cinematografiche come Hugh Grant e Julia Roberts, con tutta la casistica di luoghi comuni artistici su due superstar che si incontrano sul set di un film romanticissimo e con una colonna sonora esplosiva, che può portarsi dietro un’operazione da botteghino di tal guisa.
Per dirla in soldoni: un conto è un film costruito per avere successo, con i tempi, i ritmi, i dialoghi ed il talento di due superstar e un conto è il manierismo pedissequo con il quale Gianni Fenzi ha reso la sceneggiatura di Richard Curtis che per il teatro non era nata e che a teatro non avrebbe mai dovuto mettere piede.
Ma il vero guaio della messa in scena sono stati i dialoghi: riuscitissimi nel film, brillantemente recitati da Grant, dalla Roberts e dal resto del cast e magistralmente interpretati dai doppiatori italiani e invece lenti, noiosi, palesemente inadatti in questa versione teatrale, in cui il manierismo e l’imitazione al limite della copiatura la fanno da padroni.
Lodevoli, quanto inutili, gli sforzi di Marco Bonini, volto televisivo noto, gran talento, ma sprecato nei panni di William, librario inglese svagato, che Hugh Grant rendeva alla perfezione, con quella sua aria inglese, ma che l’italianissimo Bonini, proprio non è riuscito ad indossare.
E ugualmente lodevoli quanto ugualmente inutili gli sforzi di Anna Falchi, superstar nostrana, che ha avuto più di un problema nel calarsi nel ruolo di Anna Scott, l’attrice americana più famosa del mondo. Più volte la Falchi è scivolata sul proprio accento romagnolo, denunciando mancanza di carisma laddove avrebbe potuto essere una grande mattatrice. Improponibile quanto – si spera non voluto – il paragone con la Roberts. La sua prima apparizione, durata qualche istante con tanto di sorrisi e saluto, a sipario appena levato, in un tripudio di luci stroboscopiche, musica a volume altissimo e fiori, più che il prologo della storia è sembrato una rassicurazione per il pubblico: io ci sono, è tutto vero, i soldi del biglietto sono stati investiti bene.
Più massiccio il contributo del resto del cast: Alessandro Marrapodi, Silvia Delfino, Gabriele Sabatini, Elena Ronchetti, Tiziana Lambo e Jacopo Pelliccia. L’unico applauso a scena aperta – a parte quello stentato che ha accompagnato il primo bacio dei protagonisti – l’ha strappato Sabatini, nei panni dell’amico pittore di William.
Notevoli le scene di Giacomo Fuselli, dieci cambi, uno sforzo immenso, controprova del tentativo di trasporre a teatro un testo nato per il cinema. Adatti i costumi, l’unico vero tocco di Inghilterra in un lavoro decisamente italiano.
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