Sui passi (perduti) della Storia – II puntata

Chiara Divella

Una situazione indecorosa per un sito di grandissima valenza e di eccezionale portata

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Una zona poco conosciuta, lontana dal passeggio sfrenato e dal vociare di Piazza Ferrarese e Mercantile, una zona nella quale non ci si imbatte mai per caso.
Il sito comunemente noto come “Piazza San Pietro” è uno dei più antichi della città di Bari, ma non si fa vedere, non dà nell’occhio. Si fa fatica ad immaginare un’area archeologica tanto importante al di là di quella recinzione logorata dalle intemperie e dalle inottemperanze dell’uomo.
All’interno di un grande spazio a cielo aperto, coperto da erbacce e immondizia, abbandonato a se stesso, sono celati millenni di storia che nessuno ha voglia di salvaguardare, millenni di storia che non valgono i soldi della nostra Provincia… almeno non tanto quanto altre opere “di interesse pubblico” che hanno la precedenza.

Piazza San Pietro, grazie alla sua particolare posizione geografica di promontorio che si affaccia sul mare, costituiva un naturale sistema di difesa che giustifica la sua occupazione quasi ininterrotta dall’età preistorica ai nostri giorni. La prima esplorazione del sito si deve a Michele Gervasio e risale al 1912, anno in cui fu verificata l’esistenza di un insediamento dell’età del Bronzo (4000 anni fa) documentato da resti di intonaco di capanna, manufatti in pietra o osso (frammenti di asce, dischi forati) e frammenti di ceramica (ciotole carenate, tazze con decorazioni a cordone, vasetti-filtro, cucchiai, fuseruole…). Fu anche scoperta una tomba di età arcaica, e un’altra che conservava solo lo scheletro di datazione imprecisabile e in cattivo stato di conservazione. La prima conteneva uno scheletro, privo di teschio, disposto in posizione rannicchiata e un corredo funebre costituito da vasi di produzione indigena, coloniale, d’importazione, una punta di lancia e una coppa ionica.
Ritrovamento importante, perché attestava la fase insediativa romana pochissimo documentata in questa zona, fu lo sbocco di una fontana a forma di erma bifronte: sulle facce erano rappresentate due figure giustapposte, l’una giovanile e imberbe, l’altra senile. Il luogo di utilizzazione di questa fontana, quasi certamente una via, non doveva essere tanto lontano da quello del ritrovamento; nonostante nel panorama archeologico della Bari romana sono assenti tracce di tubature, acquedotti o impianti idrici, questo reperto lascia immaginare che anche nella nostra città ci fosse una omologazione agli altri centri della prima età imperiale.
Purtroppo durante gli scavi del 1912 non fu possibile individuare la sequenza degli strati relativa alle diverse fasi di occupazione dal momento che, come avremo modo di vedere, l’area fu devastata da interventi successivi pressoché ininterrotti.

La zona continuò ad essere frequentata in età romana e altomedievale, ma le prime testimonianze dell’utilizzo dell’area risalgono al XII secolo: la prima fonte scritta del 1119 parla della presenza della Chiesa di San Pietro Maggiore, chiesa che nel 1156 riuscì a sfuggire alla distruzione di Guglielmo il Malo. Nuovamente menzionata in un documento del 1211, sappiamo che essa rivestiva una certa importanza anche nel periodo della dominazione sveva, tanto da dare il nome al quartiere che la circondava. La Chiesa fu anche designata come “San Pietro alle fosse” per la presenza, nelle vicinanze, di fosse per conservare il frumento, poi trasformate in cisterne.
Nel 1436 accanto alla Chiesa venne edificato il Convento dei frati francescani Minori Osservanti e a questa fase di vita sono riferibili un’ossario e una serie di tombe rinvenute nel 1984.

Nel 1603 il Convento fu ristrutturato e l’antica Chiesa, ormai diroccata, fu sostituita da una nuova consacrata quindici anni dopo; verso la fine del 1700 sia la Chiesa che il monastero sono ancora annoverati tra i monumenti più importanti della città. Nel 1811 la Chiesa fu abbattuta e il convento chiuso per poi diventare, nel 1817, la sede del “Real Liceo delle Puglie”: durante i lavori di riadattamento dell’edificio emersero molti reperti archeologici tra cui “sei vasettini e due vasi mezzani all’intutto insignificanti, di creta rustica e nemmeno coloriti”. Di questi, purtroppo, resta solo la menzione in alcuni documenti dell’Archivio di Stato di Bari.
(…continua domenica prossima….)

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