Un sogno grande come un set

Gli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, qualche premio in bacheca, un corto appena girato, tanti sogni e la dura realtà: per fare cinema servono i soldi. Storia di un giovane regis
Prosegue con una escursione nel mondo del cinema (anticamente avremmo detto della celluloide, ma ormai l’elettronico impera….) la rubrica “Voci dal sottobosco” curata da Alessandra Colucci, novella capitana Kirk, che giunge con la sua curiosità di giornalista là ove mai nessun altro collega era giunto prima……..^____^
Il battesimo del fuoco fu in una sala piena di gente, proiettavano un suo documentario. Finì tra gli applausi scroscianti ed una iniezione di entusiasmo. Già perché Sergio Recchia, regista trentenne di Gioia del Colle ha scoperto che la gavetta nel Cinema passa attraverso le piccole soddisfazioni, in attesa della grande occasione, con i produttori che non scommettono sui giovani ed i giovani che cercano l’occasione giusta. Ma lui non molla, anche perché, se lo facesse, continuerebbe, in ogni caso, a sognare il set.
Se uno nasce a Gioia del Colle gli è difficile fare il regista da grande?
“Direi di sì perché si parte dal presupposto che se si vuole fare cinema in Italia si deve stare a Roma, specie all’inizio e per crearsi una rete di conoscenze che nel mio caso spero sempre di chiamare amicizie. Col tempo e una una volta acquisite certe consapevolezze professionali il luogo dove risiedi abitualmente passa in secondo piano. Specie nella lunga e laboriosa fase della scrittura di una sceneggiatura. Poi non dimentico mai che la nostra terra è carica di spunti, profumi e veri e propri tesori preziosi per chi cerca i germogli di una storia”.
A quanti anni hai girato il tuo primo video?
“Dunque… Avevo 14 anni e mi misi in testa di rifare Ritorno al Futuro! Fu allora che scoprii i primi problemi produttivi…”
L’attrice e l’attore che vorresti dirigere?
“Oltre a svariati attori italiani, ora mi vengono in mente Kate Winslet e Max Von Sidow. Ma un pensiero ad Adriano Celentano lo farei…”
Chi è il regista per il quale faresti persino le pulizie sul set, pur di vederlo lavorare dal vivo?
“David Lynch senza dubbio”
Il riconoscimento più significativo ottenuto fino ad ora?
“L’applauso ricevuto dopo un mio documentario in una sala piena: era la prima vera prova del fuoco per me… e poi sicuramente riuscire ad entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia dopo una selezione impossibile…”
Facciamo un gioco: hai vinto l’Oscar come regista del Miglior Film straniero. Chi ringrazi?
“Magari! Comunque vediamo… I’d like to thank my family, my friends… ma soprattutto il produttore del mio primo lungometraggio: ora come ora la cosa più difficile è trovare chi abbia fiducia in un esordiente”.
L’ultimo film visto al cinema?
“La stella che non c’è di Gianni Amelio”
E in tv?
“La città incantata del maestro dell’animazione Miyazaki”
E di questo corto che hai appena finito di girare che mi dici?
“Si chiama City Light. Si tratta di una incontro imprevisto che avviene a un semaforo… Ho appena finito di montarlo dopo una lunga ricerca della musica di cui potessi gestire i diritti: bisogna scontrarsi con una miriade di problemi pratici nella regia di progetti a basso costo.
Ma come disse Abel Ferrara (nel giorno in cui gli feci perdere un treno!) se non hai soldi, hai tempo. Al contrario nelle produzioni normali il lavoro diventa una vera e propria sfida contro le lancette”.
Ti viene mai paura di dover mollare tutto?
“No, anche perché se anche dovessi mettermi a fare un altro genere di lavoro, continuerei sempre a pensare a scrivere col sogno di farmi produrre un film”.
E’ vero che nella vita chi la dura la vince?
“Io dico di sì”.
Chi sei, in tre aggettivi…
“Forza interiore, fantasia, sensibilità”.
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