Balcani: di là del mare potenzialità e problemi

Antonella Ardito

Giornata conclusiva per i panel promossi dalla Regione Puglia

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Echeggia il Corridoio 8, la richiesta pressante nei discorsi dei delegati albanesi, macedoni, bulgari  e montenegrini che da Bari chiedono di ristabilire le vie dell’investimento sull’asse Bari-Varna.

E il ministro degli esteri D’Alema ascolta e segna: il governatore Vendola nel suo discorso introduttivo l’ha definito “sistema di infrastrutture morali e materiali necessario a veicolare lo sviluppo.” Ma il Corridoio resta in secondo piano nell’agenda Ue
C’è da fare i conti, e questo ha sottolineato Massimo D’Alema, con “un Europa che pone i termini dei costi dell’assorbimento”, un’idea di Europa unita bloccata dai referendum negativi sulla carta costituzionale di Francia e Olanda, “da un’idea sbagliata di dare l’Europa agli Europei (per bloccare i tavoli di trattative con la turchia ndr)” senza capire che i Balcani sono il cuore dell’Europa, che sono fuori ma che premono per entrare. Il primo gennaio 2007 sarà la volta della Bulgari a e della Romania, “ma bisogna dare dei tempi agli stati balcanici affinché possano darsi delle scadenze per rispettare gli standard e chiedere di entrare nell’Unione Europea.”

C’è un interesse nazionale che guarda a questi paesi ed è un esigenza per la Puglia porsi ad est, guardare a Levante: D’Alema ha lodato l’impegno della Regione Puglia, occupata nel processo di integrazione e di scambio con l’area balcanica ma ha rimarcato che “la politica estera può e deve essere condivisa e partecipata ma deve essere delegata all’Ue”, e che le singole città sono troppo impegnate a fare la loro “politica estera”.

Cooperazione economica, integrazione nell’Unione Europea e scambi culturali e umani: in queste parole la ricetta difficile  per far entrare dalla porta principale gli stati balcanici in quell’Europa che deve essere secondo D’Alema, aperta anche alla Turchia, e che sullo stesso modello deve creare un accordo doganale con gli stati al di là del nostro Adriatico.
Un’Europa da ricompattare, cosa che non si è potuta fare con gli stessi stati balcanici, esplosi dopo Tito e a detta del ministro degli Esteri, vittime di influenze diversificate delle potenze europee fin all’inizio del ‘900.
C’è una pace fredda nell’area balcanica, con 3500 soldati italiani ancora impegnati in Kossovo: un  problema posto anche dal ministro degli esteri serbo Draskovic.

I serbi ringraziano gli italiani che hanno difeso i luoghi sacri del cattolicesimo in Kossovo, regione a maggioranza musulmana, ma rivendicano i territori come cuore dello stato serbo, “perché il Kossovo non è mai stata una repubblica indipendente come lo era ed è tornata ad esserlo il Montenegro” ha tuonato Draskovic dal palco dello Spazio 7 della Fiera del Levante.
Da D’Alema non ci sono aperture in merito, piuttosto un ricordo dell’intervento italiano negli anni ’90 contro la pulizia etnica operata proprio dai serbi e una necessità di consegnare i criminali di guerra all’Aja.
Per Draskovic tutte le strade del Kossovo portano in Serbia, ma se vuole entrare in Europa via Puglia e poi Roma dovrà rifare i conti con il suo passato.

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