“Hanno fame, non sanno dove andare e sono disperati”

Emergenza a piazza Umberto I, è un dormitorio. I volontari del Ferrhotel: “Occorre una struttura ad hoc per gli sfollati”
“Qui la sera vengono molti eritrei e somali. Hanno dei cartoni e si arrangiano come possono. Al centro di prima accoglienza di Palese i posti non bastano e ad alcuni di loro danno il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Poi, però, sono costretti a trascorrere giorni interi in mezzo alla strada”.
A parlare è Omar, senegalese venditore di borse e portafogli a Piazza Umberto I. Il suo italiano è sorprendente, possiede un tetto dove poter vivere e ormai si ritiene “integrato”.
Il suo racconto riguarda le decine di immigrati che passano la notte sulla panchine di cemento del parco. Una vita segnata dalla speranza e dalla paura di essere senza futuro. Solitudine che si fa più difficile quando all’arrivo del sogno si apre uno scenario fatto di fame e disperazione.
“In alcuni stati africani– ci riferisce Omar- per avere un permesso di espatrio vengono richiesti cinque mila euro. Alcuni lo possono pagare, altri preferiscono tentare la fuga verso Lampedusa”. Proprio nell’isola davanti al continente africano si aggrappano le illusioni di molti che pur di rifarsi una vita sono disposti a tutto. Anche alla morte.
Non tutti riescono ad ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Su mille che sono passati dalla cittadella della roulotte di Palese, sono scappati in cento. Altri hanno chiesto l’asilo politico e girano nella città in attesa di trovare un lavoro. La solidarietà che si instaura fra loro ha tutto il sapore della sopravivenza e della presa d’atto che si può far poco. “Noi non possiamo permetterci di aiutarli economicamente– racconta Omar-. Di solito se arriva gente della nostra nazione, mettiamo da parte un pò dei nostri ricavi e diamo loro la possibilità di mangiare. Però se arriva gente del nostro stesso colore, ma di altri paesi, non possiamo far nulla perché non abbiamo la possibilità di aiutare tutte le persone delle nazioni africane. Sono troppi e se dovessimo aiutare tutti, noi come mangeremmo?”.
Dall’altra parte dell’emergenza c’è la società civile locale. Preoccupata per la presenza di una situazione deregolarizzata e per il potenziale aumento della criminalità nella città e nel parco di piazza Umberto I.
“Loro non sanno neanche che significa delinquenza – ribadisce Omar-. Loro qui vengono per lavorare o per scappare dalla fame. La criminalità semmai la conoscono quando arrivano in Italia o in altri paesi d’Europa”.
Dall’altra parte della comunità, orde di ragazzini xenofobi a cui poco importa l’accoglienza e il senso della solidarietà: “Giorni fa abbiamo saputo che alcuni sono venuti a tirare pietre contro gli eritrei, i somali e gli ivoriani che trascorrevano la notte sulle panchine o sul prato” racconta costernato Omar.
“Avevamo consigliato i nostri amici -continua- di andare a dormire al Ferrhotel ma a quanto pare non c’è più posto”. Ed infatti nel dormitorio comunale, riaperto da circa due anni, la situazione è sull’orlo dell’emergenza. La capienza è salita da 30 a 45 posti grazie alla presenza di brande collocate sui corridoi.
“Di più non si può fare – sottolinea Franco Sifanno, volontario storico del Ferrhotel e della stazione centrale –. Siamo molto dispiaciuti, ma fino a quando non si apre il nuovo dormitorio comunale, gli immigrati dovranno aggiungersi ai senza dimora e pertanto i posti sono pochi”.
In mente i volontari hanno qualche idea: “Si può andare allo stadio Della Vittoria, così come fatto quest’inverno per fronteggiare l’emergenza freddo. Oppure il Comune deve anticipare l’apertura del nuovo dormitorio e fare in modo che tutto il ferrhotel sia dedicato ai soli immigrati”.
Come sempre piove sul bagnato. E proprio durante questo periodo di emergenza nel capoluogo pugliese sono disponibili solo due mense pubbliche, quella del Caps di Corso Italia e quella della Gea di via Dante.
“Alla Gea distribuiscono quasi 60 pasti ogni giorno” ci suggerisce Sifanno.
Le mense parrocchiali sono sospese da luglio e riprenderanno nella seconda metà di settembre, le suore di Calcutta sono alle prese con dei lavori di messa in sicurezza del container sotto il ponte di via XX settembre e, infine, la casa dei Padri Comboniani di via Giulio Petroni è fuori servizio.
“La maggior parte di loro soffre la fame– ribadisce Omar-. Riescono a comprarsi un panino, ma poi come fanno a sopravivere. Sappiamo che alcuni si sono sentiti male e sono stati portati a medicarsi”
“Questi ragazzi sono sprovvisti di informazioni – conclude Franco Sifanno– Chi li lascia andare dovrebbe prendersi cura di dar loro un elenco di indirizzi dei luoghi dove poter mangiare, bere e dormire”.
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