Ricordi in Biancorosso: puntata quinta

Ospite di Ricordi in Biancorosso di oggi è Antonio Di Gennaro, centrocampista di qualità arrivato nell’88 a Bari da Verona, con cui ha vinto uno storico scudetto che lo portò a partecipare ai campionati mondiali di Messico ’86. Lui non è barese, ma a vive a Bari da molto tempo e, di conseguenza, conosce bene la piazza. Ha giocato per tre bellissime stagioni con i galletti, dimostrando forza e tenacia da vero leader.
Ci incontriamo in un famoso albergo cittadino e, dopo qualche minuto di diffidenza, ci lasciamo andare in una conversazione dai temi più che interessanti.
Nell’88-89 arrivasti a Bari da Verona. Due piazze diverse per tanti motivi. Hai sofferto per questo cambiamento o tutto è andato per il meglio?
A Verona avevo ancora due anni di contratto, ma c’erano problemi riguardanti l’organico e gli ingaggi. Volevano sfoltire la rosa e, pur essendo il capitano, la cosa toccò anche me. C’era l’opportunità del Bari, che in prospettiva dei mondiali voleva fare il salto di qualità. Al momento pensai che dovevo valutare se scendere o meno in B. Venivo anche da una situazione personale particolare, poiché mi ero appena separato dalla mia ex moglie. Arrivato qui, però, non c’è stato un gran contraccolpo. La serie B era solo di passaggio.
Quell’anno vinceste il campionato con una squadra molto forte per la B. Il ricordo più bello di quella stagione?
E’ l’aver creato un bel gruppo. I giocatori baresi avevano capito che era l’anno giusto, tutti noi avevamo capito che l’obiettivo finale era vincere il campionato. C’era fermento per lo stadio nuovo e i mondiali ’90. La A non poteva sfuggire.
Il calciatore del Bari che durante i tre anni ti ha più impressionato?
Dirne uno screditerebbe un po’ gli altri. Comunque, chi mi ha impressionato di più sia tecnicamente sia fisicamente è stato Pietro Maiellaro. Era un talento. Lui è arrivato tardi in serie A solo per una questione di testa e io glielo dissi. Con me ha sempre avuto un grande rapporto. L’altro era Carrera. Lui si adattò al nuovo modulo di gioco di Salvemini senza grossi problemi. E poi, Loseto e De Trizio perché avevano la maglia cucita addosso. Lo stesso vale per Terracenere. Loro sentivano di non poter fallire.
Qual era, secondo te, la vera forza del Bari di quel periodo?
Aver capito che era un anno troppo importante. Tutti si assunsero la responsabilità di vincere.
Qual è stata la partita più bella disputata con il Bari in serie A?
Il primo anno di A (’89-’90) giocai una bella partita ad Ascoli. Segnai e pareggiammo 1-1. L’anno dopo la migliore fu quella con la Sampdoria in casa.
Come descriveresti mister Salvemini?
Allenatore vecchio stampo, molto umano. L’ultimo anno ci fu un contrasto tra noi, quando arrivò il povero Enrico Cucchi. Io mi ero preparato alla grande per dimostrare che ero ancora in gamba. Il posto lo conquistai, ma lui aveva timore di farmi giocare fuori casa perché avevo 33 anni. Vedeva in Enrico il futuro. A Lecce ci fece giocare insieme, sbagliando formazione. Nel primo tempo disse che dovevo uscire io. Lì ci scontrammo. Lui sbagliò da un punto di vista tecnico, io, invece, da un punto di vista umano. Dopo chiarimmo tutto e rigiocai.
Che tipo di apporto diede Antonio Di Gennaro, giocatore di classe e di grande esperienza, al gruppo?
Quando arrivai mi diedero la fascia di capitano, anche se la meritava De Trizio. La accettai perché ero per loro il giocatore di esperienza. Questo mi ha dato molta forza per andare avanti e per capire ciò che volevano da me.
Il giocatore cui eri o sei rimasto più legato?
Corrado Urbano, calciatore voluto da Salvemini, che ha dato un grande contributo al Bari. Ci lega la conoscenza delle nostre mogli. All’epoca, invece, eravamo gli scapoloni d’oro.
Che consiglio daresti ai Matarrese per migliorare i rapporti con la città e i tifosi?
Bari è una piazza da Uefa, ma manca la volontà di farla diventare tale dal dopo Ventola e Cassano. Ai miei tempi la città, la squadra e la stampa erano un blocco unico. Guarda la situazione di oggi, invece. Peccato perché Bari è una gran bella piazza. Io, al posto dei Matarrese, darei le chiavi dello stadio ad Emiliano e gli direi di trovare un acquirente. D’altronde, non sono riusciti a fare grande il Bari quando erano molto più potenti di oggi economicamente e politicamente, figurati ora. Loro dicono di voler andar via, ma sono sempre lì. E poi, manca un rapporto con la città, manca tutto. La società non ha legami con nulla, va avanti per inerzia. Hanno costruito lo stadio San Nicola per business e basta. Il calcio a Bari è morto.
Quindi, il tuo rapporto con loro non è dei migliori?
Io non ho alcun problema, sono loro che ce l’hanno con me per quello che ho detto. Io ho sempre detto quello che penso. Non è possibile che non ci si possa mettere contro di loro. Questa è la dimostrazione di una mentalità con cui non si avanti. Per loro tutto è dovuto. Perché non invitarono Igor Protti per i festeggiamenti dei 90 anni del Bari? Perché non sopportano che qualcun altro oscuri la loro immagine. Devono sempre primeggiare. Durante l’ultimo anno di contratto, tra l’altro, mi dissero che avrei fatto da chioccia agli altri giocatori del Bari. Ma non si fecero più sentire. Allora andai io a chiedere chiarimenti. Pensa che non mi permisero nemmeno di fare il ritiro pre-campionato per allenarmi a dovere. Io sicuramente ho il mio bel carattere, ma non sto ai loro giochi.
C’è un giocatore della squadra attuale che ti piace o stimi particolarmente?
Carrus e Santoruvo mi piacciono molto. Carrus, quando è in forma, fa la differenza e Santoruvo ha dimostrato di essere un leader. Di Gazzi parlano tutti molto bene, ma vorrei vederlo in una grande squadra per dare un giudizio definitivo.
C’è stato qualcosa o qualcuno che ti ha fatto rimpiangere di essere venuto qui a giocare?
No assolutamente. Un mese prima di arrivare ci ho riflettuto un po’, ma per i motivi personali di cui ti ho detto prima. Per il resto non ho avuto rimpianti, anzi sono tornato a vivere a Bari. Mi spiace molto per l’assenza del calcio in città. Ma lo dissi già più di dieci anni fa: non c’è mai stato un progetto serio.
Qual è il tuo parere su Calciopoli e le sentenze della giustizia sportiva?
E’ stato brutto colpo. L’aspetto più grave della vicenda è il coinvolgimento degli arbitri. Questa, però, poteva essere la volta buona per ripartire da zero, ma non so se sarà così. A me non sono piaciute le sentenze e forse abbiamo perso un’altra occasione.
Se dovessi sceglierne una, e immagino quanto possa essere difficile per te, per quale esperienza o emozione calcistica torneresti indietro nel tempo per giocare sul rettangolo verde?
E’ stato molto emozionante l’esordio in A contro la Juventus. E poi, l’esordio in nazionale contro la Svizzera. Sono momenti indimenticabili. Però, ricordo in maniera particolare nell’anno dello scudetto a Verona la partita a Torino sempre contro la Juve. Segnai il gol del pareggio, determinante ai fini della vittoria finale. Ma lo stesso vale per l’ultimo anno in A con il Bari, perché ho dimostrato che potevo giocare a grandi livelli. Dissi a Salvemini di pensare a me come a un ragazzo di 18 anni che deve conquistare il posto da titolare. Quel campionato lo vinsi io.
Cosa ti piace di Bari?
Bari, delle città del sud, è quella in cui si vive meglio. Mi piace la cucina, il clima e la passione del barese per il calcio. Siete molto calorosi. Quando con le altre squadre venivamo qui a giocare contro il Bari, temevamo molto la partita perché il della Vittoria era una bolgia. Negli ultimi anni, purtroppo, per le squadre esterne è come se giocassero in casa. Ripeto: questa è una piazza importante e deve tornare ad esserlo. Domandatevi il perché di questa situazione.
A buon intenditor …
… poche parole.
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!






Affitti a Bari, quasi 500 euro al mese per 80 metri quadrati: pesa il 28% del reddito