Ricordi in Biancorosso: puntata prima

Questa è la prima puntata di una rubrica, che accompagnerà i nostri lettori durante il mese di agosto. Abbiamo scelto di chiamarla Ricordi in Biancorosso. Così, abbiamo contattato alcuni calciatori baresi (eccezion fatta per qualcuno di loro), che hanno dato molto al Bari, del quale sono diventati delle vere e proprie bandiere, per ripercorrere assieme gli indimenticabili anni ’80 e per cercare di capire se il futuro biancorosso potrà essere all’altezza del suo passato.
In attesa di un Bari migliore….
Il primo protagonista della nostra rubrica non poteva che essere Giovanni Loseto, terzino instancabile, intelligente e dotato di un ottimo gioco aereo. Uomo record nella storia dei galletti in fatto di presenze con 318 partite giocate con la formazione barese, ha disputato undici stagioni (dall’82-83 al 92-93) nella prima squadra, senza contare gli anni passati nel settore giovanile.
Mi rilascia l’intervista in un vicolo cieco del Borgo antico, su due sedie posizionate a due metri dall’uscio di casa sua, in ansimante attesa di un fresco alito di vento. A sottolineare la sua ospitalità, un bicchiere di thè freddo gentilmente offerto dalla moglie, la signora Mariella. Mi disseto, ringrazio e comincio.
Vieni da una famiglia di calciatori. Come è nata questa passione?
Proviene dalla famiglia di mia madre, i Chiricallo. I più famosi sono Nicola, che ha giocato in serie A con la Lazio, e Giovanni. I primi Loseto calciatori siamo stati noi.
Undici stagioni da titolare nella prima squadra del Bari. Qual è stata la più entusiasmante?
Si dice che la più bella è quella dell’esordio. Ed è vero. Era la stagione 82-83, avevo 19 anni. Ricordo la prima partita: perdemmo in casa contro la Cremonese con un gol al ’90 di Finardi. Gli anni più entusiasmanti sono stati quelli che hanno portato il Bari dalla C alla A con Bolchi. Eravamo un bel gruppo.
Qual è stato il momento più difficile in tutti quegli anni?
Quando dopo tanti anni devi lasciare la tua città. Una decisione presa dalla società assieme a Materazzi e Regalia. Dissero che ero vecchio a 30 anni. Adesso, invece, si acquistano giocatori molto più vecchi. Però, col tempo ho capito che anche le bandiere possono andar via.
Qual è stato il giocatore con cui hai legato di più e quello del Bari che più ti ha impressionato per le sue doti tecniche?
Se chiedi al magazziniere del Bari, Dino Pontrelli, che nel tempo ha incontrato i vari Boban, Jarni e tanti altri, ti dirà che tutti chiedono di me, perché stavo bene con tutti. Per quanto riguarda i giocatori che mi hanno colpito molto, penso a Joao Paulo, Maiellaro e Di Gennaro. Avevano estro e fantasia che non vedi più facilmente.
E il calciatore che avresti voluto nel Bari di quei tempi?
Giocavano tutti in grandi squadre come il Milan, l’Inter o la Juve. Potrei dire Gullit, Rijkaard o Baggio, ma ce ne sono tantissimi. Ce n’erano troppi di campioni che il Bari non poteva permettersi di comprare.
Tu hai marcato campioni come Maradona, Van Basten, Zico, Platini, Voller, Klinsmann e tanti altri. Il giocatore che ti ha creato più problemi?
Erano davvero tutti forti. Ma se devo dire qualcuno, ti dico Schillaci e Careca. Mi hanno sempre messo in difficoltà perché si muovevano troppo. I loro movimenti in campo ti spiazzavano facilmente.
L’allenatore migliore che hai avuto a Bari?
L’allenatore che ci ha insegnato a giocare a calcio è stato Enrico Catuzzi. Abbiamo imparato il significato di gioco a zona, pressing, tagli del campo e movimenti senza palla.Tutti gli altri sono stati grandi sul piano umano: Radice, Salvemini e Bolchi su tutti. Materazzi è stato quello più pignolo. Lui controllava anche cosa e quanto mangiavamo.
Tu sei cresciuto nel Bari e con i Matarrese. Che rapporto hai con loro?
Abbiamo un rapporto eccezionale. Noi, ai tempi in cui giocavo, avevamo timore del presidente, perché teneva molto al fatto che soprattutto noi baresi dessimo il massimo in campo. E noi lo stimavamo per questo. Per noi era davvero come un padre.
Tu e tanti altri eravate un gruppo solido di baresi che hanno portato avanti la squadra per diverse stagioni. Quanto è contato il fatto di essere barese nella tua carriera e che rapporto avevi con la città?
Prima di scendere in campo ero prima di tutto un ragazzo di Bari vecchia. Sentivo la responsabilità di far bene nella mia città. Quando perdevamo, mi vergognavo di farmi vedere in giro, perché sono di Bari ed è qui che vivo. Lottavo per la mia maglia e il rapporto con la città l’ho sempre vissuto così. Oggi non esiste più questo tipo di attaccamento.
Che messaggio lanceresti ai tifosi e a Matarrese per ricucire lo strappo e fare ancora del Bari una grande squadra?
Dico ai tifosi di tornare allo stadio. Il presidente è il primo tifoso della squadra e tutti insieme dobbiamo aiutare il Bari. Anche solo 20.000 spettatori sono un inizio importante, perché per un giocatore avere il supporto dei tifosi è adrenalina pura. Perché non sederci e parlare una volta per tutte dei contrasti e risolverli per il bene di tutti?
I tifosi hanno chiesto più volte un incontro, ma Matarrese non ha ancora risposto.
Questo non lo sapevo.
La partita più emozionante di Giovanni Loseto?
Sicuramente nell’89-90, quando tornammo in serie A. Era un Lecce-Bari. Ricordo che l’arbitro era Agnolin. Io segnai a dieci minuti dalla fine e pareggiammo 1-1. In quella partita, come in tutti i derby, scendeva in campo il tifoso barese, non il calciatore.
Quindi, tifi sempre per il Bari?
Sempre e solo Bari.
Grazie Giovanni.
Per il Bari questo ed altro.
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