Via Falcone e Borsellino, vittime di mafia

Fortunata Dell'Orzo

Quattro gatti, sia pur istituzionali, sotto la lapide che li ricorda

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Vicesindaco, un assessore, un consigliere comunale. E un paio di vigili urbani. Questa (senza contare i pochissimi giornalisti presenti) la delegazione che ha reso omaggio, a nome di tutta la città di Bari, a due eroi del nostro tempo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, accomunandoli nell’anniverario in cui, con la sua scorta, perì per strage il secondo, in via D’Amelio a Palermo.

Troppo poco, troppo pochi, anzi del tutto assenti, i cittadini. Vittime speciali queste, non solo per l’enorme contributo dato alla lotta alla mafia, ma per la particolare corda su cui vibrò il loro destino, in vita e in morte. Se vi sono state mai vittime consapevoli del martirio, sono loro. Se lo saranno figurato decine di volte contando e misurando i passi che li avvicinavamo alla fine, sperando solo che fossero risparmiati i cari.

Paolo Borsellino cominciò a morire il giorno in cui uccisero Falcone. Il suo viso, ai funerali del collega, la dice tutta sulla sua disperata determinazione ad andare avanti, sulla sua commovente consapevolezza che nulla potrà salvarlo dalla sorte che l’attende.

Una strage, quella di Capaci, che trasformò un tratto della Palermo-Punta Raisi in un set da film di guerra: Falcone guidava con la moglie al fianco, il suo autista dietro ( “u dutturi” volle portare lui la macchina) gli sopravisse e quasi capitolò di fronte al complesso di colpa di chiunque che, sfiorato dall’ala gelida della morte, si ritrovi poi a respirare di nuovo.

Un massacro, quello di via d’Amelio a Palermo, che fece letteralmente a pezzi Borsellino e la sua scorta e trasformò la strada nella sanguinolenta scenografia da film dell’orrore, ma era tutto vero.

Borsellino e Falcone, più di chiunque altro, compresero come funzionava la mafia e come era divenuta parte integrante della società siciliana e italiana. Capirono i codici e i linguaggi, iniziarono a destrutturarli. resero possibili i processi veri e non le finzioni liturgiche cui eravamo abituati. Dettero un senso alle altre stragi, alle altre morti, compresa quella del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, forse il primo martire illustre della nuova mafia degli anni 80, quella che più direttamente di altre aveva i suoi emissari  espressi in parlamento, alla regione siciliana, al governo della Repubblica.

Morirono per questo. E sembrò che avessero perso, che avessimo perso. Per sempre. Eppure. Eppure oggi esiste una generazione di siciliani cresciuta all’ombra dell’albero di Falcone, la grande pianta di ficus appena fuori il portone dove abitava il giudice, dove ormai migliaia di persone appongono quotidianamente messaggi contro la mafia, lasciando nome e cognome.

Eppure. Oggi la sorella di Paolo Borsellino è candidata per l’Unione a sostituire l’ormai inguardabile Totò Cuffaro alla presidenza della Regione Sicilia. E Maria Falcone, sorella di Giovanni, instancabile gira l’Italia perchè non vada perso quello in cui Giovanni credeva, quello per cui è morto.

Eppure. I ragazzi di Calabria sfidano le cosche scrivendo a caratteri cubitali ” E ORA AMMAZZATECI TUTTI” perchè sia chiaro che è finito il tempo di cambiare tutto per non mutare nulla. E che invece è tempo di vivere a schiena dritta e con coraggio il proprio presente, dalla parte giusta, quella della legge e dello stato.

Eppure. A Bari ci sentiamo così superiori che nemmeno andiamo a queste celebrazioni: non ci sentiamo mafiosi ma pratichiamo l’omertà, non denunciamo gli strozzini o quelli che impongono il pizzo. Ci facciamo prendere dal panico persino se affrontiamo un parcheggiatore abusivo e troppo spesso giriamo il viso dall’altra parte se vediamo qualcosa che non dovrebbe accadere.

Non possiamo permetterci di ignorare occasioni come questa. La nostra città è ancora ben lontana da esprimere livelli accettabili di coscienza, di partecipazione, di amore e lealtà verso le istituzioni. Dovremmo scriverci un po’ dappertutto quello che forse è il messaggio più famoso di Falcone, rivolto alla sua Palermo ma in grado di parlare a ciascuno di noi:

“A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.”

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