Italia Germania: non finirà mai

Fortunata Dell'Orzo

Il calcio, metafora bellica perfetta, esige lealtà e coraggio

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Quella sera mio padre si raccomandò: per favore cerchiamo di non fare chiasso. La gente dorme e non è giusto disturbarla. Non aveva calcolato che nessuno, quella notte, avrebbe dormito e che persino nelle remote certose di montagna, i buoni frati avrebbero di sicuro pregato, sofferto ed esultato perchè l’eterna sfida con i tedeschi si concludesse con la vittoria dell’Italia.

Grazie alla rete, ho potuto rileggere uno splendido articolo di Gianni Brera, uno dei più grandi scrittori italiani del ‘900, ingiustamente conosciuto quasi esclusivamente come “giornalista sportivo”: una di quelle personalità che non solo fanno grande il nostro mestiere ma che sanno davvero emozionare con la scittura, e trascinare sulla loro via altri e altre, come immodestamente chi vi scrive adesso.

Forse non interessa a nessuno e me ne scuso, ma se sono giornalista lo debbo a due persone, un uomo ed una donna: Gianni Brera ed Oriana Fallaci, sì lei che per decenni è stata un faro e non un imbarazzante fardello come purtroppo è da qualche tempo a questa parte.

Il 18 giugno del 1970 le scuole erano già finite e la televisione, ancora in bianco e nero, mostrava i mondiali del Messico a tutti gli italiani possessori di un voluminoso apparecchio: una grossa scatola con un vetro bombato, qualche manopola e un affare in basso, pesante e metallico, che si doveva accendere prima della tv e spegnere dopo la tv.

Qualcuno lo chiamava trasformatore, ma in realtà, spiegava mio padre che era un’inesauribile miniera di nozioni tecniche (oggi anche a 83 annni, sarebbe stato sicuramente in grado di capire meglio di me le logiche del computer, ne sono certa) si trattava di uno “stabilizzatore di tensione” per evitare che “l’apparecchio” di potesse “bruciare”.

La notte della partita tutti avemmo la sensazione di aver vissuto un momento destinato a passare alla storia…come spesso accadeva in quegli anni. Due anni prima, ad agosto, c’era stata l’invasione della Cecoslovacchia da parte dei sovietici, in Messico si erano svolte le olimpiadi e c’erano state sanguinosissime repressioni verso gli studenti in  rivolta (e Oriana Falalci che seguiva le vicende per conto dell’Europeo, era rimasta gravemente ferita da un colpo d’arma da fuoco sparato da un poliziotto), sempre d’estate, ma nel 1969, l’uomo era sbarcato sulla luna e anche qui un leggendario giornalista televisivo (Ruggero Orlando) ci aveva accompagnato dall’America a vivere, in collaborazione con Tito Stagno da Roma, la grande avventura spaziale. A noi diciassettenni poco importava dei risvolti politici di quella corsa fra russi e americani: era la novità, la possibilità, la vita che si spalancava davanti a noi: quasi un novello sbadiglio primordiale (Caos) dal quale ogni cosa poteva trarre origine.

E ancora: la mondovisone, come allora si chiamava, aveva appena 8 anni. La prima trasmissione, infatti, grazie al satellite Telestar, era avvenuta nel 1962. La rete globale stava appena nascendo ma, ovviamente, non lo sapevamo. In realtà nessuno se non i grandissimi e Mc Luhan, si fermavano a riflettere su quanto stesse accadendo nel mondo delle telecomunicazioni. A noi importava solo di essere presenti ai grandi avvenimenti, di poterli vedere oltre che leggere sui giornali.

Lo stupore era la costante di quegli anni, per noi, Insieme all’indignazione, alla rabbia, alla preoccupazione. In una parola, l’emozione. Le cose che accadevano ci emozionavano e vederle quasi dal vivo, sollecitava un forte bisogno di partecipazione, di compresenza, di condivisione. E di schieramento. Non so se esiste una generazione più schierata della mia. Da una parte e dall’altra.

A rileggere Brera, il grande Gianni Brera, ci accorgiamo che quella mitica partita per la quale i messicani sentirono il bisogno di apporre una targa allo stadio Atzeca, non fu bellissima in senso tecnico. Ma nessuno potrà mai scalfirne l’aurea di leggenda che, stando noi presenti, si disegnò intorno a quelle ore e cristallizzò per sempre quelle emozioni.

Italia – Germania 4 a 3 fa parte della storia del nostro paese come la presa di Porta Pia o l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole e noi che c’eravamo siamo, sia pur di riflesso, a nostra volta parte della storia. Insomma ci sentiamo un poco reduci da una battaglia che fu giocata a migliaia di chilometri di distanza, in altitudine, con un altro fuso orario, con un clima ed un cielo diverso.

Una sfida che continua ancora oggi e che è destinata a perpetuarsi negli anni, a ricordarci che il calcio è forse la più aderente delle metafore belliche in cui l’uomo si riconosce, a dirci che sì è un gioco ma va giocato con onore, lealtà, rispetto, coraggio e forza.

Una gioco maledettamente serio di sui oggi tutti, anche da questi mondiali, ci aspettiamo riscatto e pulizia.

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