Bari vista tra cinquant’anni
Libera interpretazione di traccia d’esame
Cosa avrei dato per essere una studentessa alle prese con la prima prova del vituperato esame di Stato della Repubblica Italiana dell’anno 2006.
Di certo avrei scelto l’articolo di giornale e non avrei esitato un attimo a parlare della città, del rapporto con la periferia e di quello che in quell’anno accadde a Bari.
Renzo Piano, il celebre architetto che costruì per i Matarrese uno stadio da Seria A, un’astronave bellissima ma irrimediabilmente ancora oggi vuota e che nessuno vuol comprare, all’incirca un anno prima aveva dichiarato: La demolizione è un rimedio estremo, al quale ricorrere soltanto quando mancano i requisiti minimi della vivibilità, per esempio la luce e la tutela della salute.
A Bari in poco più di un mese è stata buttata giù una barbarie chiamata Punta Perotti, lo schermo alla luce del lungomare della città, il monumento alla invivibilità e alla logica della potenza economica e politica che vince su tutto.
Un momento storico, una chiave di volta per la Bari degli anni 2000, che ancora oggi dopo cinquant’anni viene ricordata di tanto in tanto con il film-documento montato da Alessandro Piva, il regista barese che nella tre giorni delle implosioni mandò 85 filmmakers a zonzo per la città con telecamere in spalla per cogliere gli angoli più svariati della mutazione in corso.
Cambiamento di un paesaggio (la costa a sud di Bari) ma anche della gente, che a quel Sindaco Magistrato rimproverava i modi da sceriffo e la volontà politica di abbattere in piena campagna elettorale.
Ma questa ormai è storia passata: quel che è certo è che la svolta ebbe inizio da lì: Bari era una città in crescita ma spaccata, dove chi abitava in periferia, al Quartiere San Paolo o a Carbonara, a Japigia e Enziteto non si sentiva parte della città e subiva le decisioni del potere.
Da quel momento sì è capito che per essere competitivi non bastava avere un centro che desse un immagine di sé ricca e opulenta ma che in realtà nascondeva il degrado delle piccole Eleonora e Valentina morte di stenti e di incuria, o la valanga di fango e acqua che travolgeva un parco costruito, chissà perché, all’interno di una cava.
Mettere la Periferia al Centro: questo l’intento di quel governo Emiliano, iniziando dal luogo forse più dimenticato della città, dove il 70% della popolazione occupava indebitamente un alloggio popolare.
Casermoni dormitori tanto esaltati da architetti di fama ma dove invece campeggiava la fame e le vite irregolari di molti, troppi BARESI.
Oggi le cose iniziano a cambiare, forse perché ad Enziteto come a Catino ma anche a Santa Rita e Fesca le strade son più pulite, ci sono i negozi e gli uffici postali, gli autobus passano ogni 5 minuti e in centro si arriva in un lampo, e non si respira smog ma si sente l’odore del mare, perché le auto hanno i loro bravi parcheggi di scambio e i baresi hanno imparato a non lasciarle in doppia fila….Utopia?
No realtà…in quei giorni il Comune pubblicava un bando pubblico per garantire l’acceso al lavoro dei più giovani attraverso un salario di inserimento: l‘allora assessore comunale all’Economia Francesco Boccia metteva in risalto come un’azienda barese avesse chiesto 29 figure professionali per attività di stage mentre la grande Bosch solo uno. Duecentosettantotto persone alle quali far provare l’ebbrezza di un lavoro e la certezza di un piccolo stipendio…adesso c’è più lavoro e soprattutto tutti hanno la possibilità di diventare qualcuno senza appartenere a lobby e potentati…anche qui…nella Bari del 2056.
Basteranno 50 per cambiare così radicalmente la nostra città?
O a breve il monito di Emiliano demolire per ricostruire ci darà una Bari senza passaggi a livello e con i grandi spazi per la musica e per lo sport?
E concludo con una citazione di Calvino da Le Città Invisibili, che tra tutti i documenti proposti agli studenti mi sembra il più emblematico.
«È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra…Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. – O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge»
A voi, maturandi dell’anno 2006 l’invito ad inviarci le vostre riflessioni a redazione@barilive.it, oggetto MATURITA’ 2006…anche se non avete scelto questo tema per la vostra prova di italiano…perché sarete voi e i vostri figli chiamati a vivere nella Bari del 2056.
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