DIARIO MONDIALE IV
Consoliamoci: nell’82 fu anche peggio
Continua l’avventura con “Diario Mondiale”, il resoconto fedele sull’avventura azzurra ai prossimi campionati del mondo di calcio. Se avete domande da formulare, mandate una e-mail a Christian Montanaro al seguente indirizzo : avv.timontanaro@tiscali.it
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Opaca prova degli azzurri nella seconda partita dei Campionati del Mondo.
Dopo il deludente pareggio contro gli Stati Uniti, si fa in salita il cammino dell’Italia verso gli ottavi di finale.
Tutto adesso dipenderà dal risultato che gli uomini di Marcello Lippi otterranno contro la Repubblica Ceca nella terza ed ultima giornata del girone di qualificazione, e dall’esito della sfida del sorprendente Ghana contro la compagine americana. L’Italia per fortuna conserva ancora un sottile vantaggio sulle dirette concorrenti, ma un punto non può certamente rappresentare una garanzia sufficiente per il passaggio del turno. Contro gli Stati Uniti si poteva e si doveva vincere.
Stendendo un velo pietoso sull’increscioso episodio dell’espulsione di De Rossi (imputabile, forse, alla inesperienza del ragazzo, per quanto le sue dichiarazioni post – partita proprio non possono avere alcun fondamento), gli azzurri hanno dilapidato il vantaggio, fornendo una prova scialba e infruttuosa e facendosi schiacciare da un avversario sì più determinato, ma in inferiorità numerica. Non si capiscono peraltro le sostituzioni operate da Marcello Lippi.
Già il togliere Totti, dopo l’espulsione di De Rossi, per rinforzare il centrocampo con Gattuso, non è sembrata la decisione migliore. Meglio sarebbe stato togliere una punta, ma qui il C.T. forse ha voluto mettere pressione ai difensori americani, lasciando le due punte effettive in campo.
Così facendo però sono saltati gli schemi, perché l’Italia si è trovata di fatto a giocare senza una collocazione tattica ben definita. Ma ancor più non si è capita la sostituzione di Iaquinta, bravo sì, ma similare a Toni, un giocatore che la retroguardia statunitense aveva il fisico per controllare. Così quell’ Inzaghi lasciato in panchina ha lasciato l’amaro in bocca a più di un tifoso. Lui, così agile e pericoloso sotto porta, ben avrebbe potuto dare filo da torcere ai rocciosi, ma lenti marcatori avversari. Zambrotta ci ha provato sulla fascia a pennellare qualche cross, ma non si era ancora ripreso completamente dall’infortunio, e si vedeva.
Dall’altro versante del campo, è facile prendersela con il povero Zaccardo, incappato – ahilui e ahinoi – nel più classico degli autogol, ma che il difensore del Palermo non sia abile a spingere lo si sapeva. Perché Oddo in panchina allora ?
O perché non Camoranesi ? L’Italia è mancata sulle fasce. Le trame centrali tra Pirlo, Totti, Del Piero e Toni erano prevedibili. Un allenatore della competenza ed esperienza di Lippi questo avrebbe dovuto comprenderlo bene.
Il problema è che non ci si può nemmeno lamentare più di tanto, perché se c’è una squadra che può recriminare per la mancata vittoria questa è proprio quella statunitense.
E allora va bene tutto, ma per favore non parliamo, come ha fatto il mister, di eccessivo dispendio nella gara contro il Ghana e di tensione nel prepartita di questa gara, perché non possono essere le medesime giustificazioni credibili per assolvere la prestazione sottotono dei giocatori scesi in campo l’altra sera.Ora, purtroppo, com’è costume tipicamente italiano (altre formazioni, tipo Germania, Inghilterra o Brasile, pur senza strafare, si sono garantite il passaggio del turno con prestazioni attente e ciniche), l’ultima sfida sarà quella decisiva, e purtroppo sarà con un avversario di tutto rispetto che non va sottovalutato soltanto in funzione della sconfitta rimediata contro gli africani comandati da Essien.
Occorrerà in altre parole la migliore Italia. Quella cioè aliena da stupida rivalità (chi tra Totti e Del Piero ?) e tatticismi erronei (Toni – Giardino), ma strutturata in campo secondo le esatte posizioni dei suoi componenti (cosa c’entrava Perrotta a sinistra?).
Per la qualificazione basta anche un punto. L’importante è non chiudersi in difesa per non subirlo, ma imporre con equilibrio il nostro gioco.
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