L’inadeguato globale

Antonio Scotti

Alla ricerca del mal de vivre dell’individuo contemporaneo

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Un libro per parlare di globalizzazione. Una parola inflazionata, spesso usata con poca attenzione rispetto i suoi significati e alle ideologie che ad essa ne sono sottese.
Una categoria nata dopo il deterioramento dei due blocchi contrapposti con la volontà di identificare il sogno di liberare gli uomini dal cordone “soffocante” del ruolo dei singoli stati e pronta, allo stesso tempo, a realizzare il sogno dell’unità del genere umano attorno ad un ordine economico pacificato.

Tuttavia, l’emergere delle disuguaglianze economiche e sociali su scala mondiale, portano ad un suo necessario ripensamento di significato in cui è altrettanto indispensabile analizzare sia le dinamiche politiche ed economiche che la nutrono in maniera costante, sia le tappe storiche da cui il processo di globalizzazione è derivato come sua logica conseguenza.

Ed è questo che ha motivato Vitandrea Marzano, ricercatore di sociologia presso l’Università di Bari, ha scrivere “Mondo Post – globalizzazione asimmetrica e crisi del sociale”: un libro voluminoso, arduo nella lettura, ma capace di sviscerare ad uno ad uno  i momenti storici essenziali che nel corso del XX secolo hanno permesso l’individuazione di fenomeni i cui effetti emergono, a volte inconsapevolmente, nella nostra società. E cosi dall’analisi delle nuove politiche economiche si passa alla riconcettualizzazione dello stato nazione fino ai cambiamenti produttivi e al ripensamento dell’identità nell’epoca della flessibilità.

Quuatro domande all’autore:

In che cosa ritiene che la globalizzazione stia promovendo un mutamento nell’ordine delle cose?

“Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria” – scrivevano Marx ed Engels in un passaggio celebre del Manifesto. I nuovi principi di connessione rivelano un mondo sempre più interdipendente ed integrato attraverso processi dislocati e intangibili, polverizzati lungo i canali di comunicazione, apparentemente invisibili e parossisticamente votati allo scambio per lo più simbolico ed istantaneo.
Le catene mutevoli dell’out-sourcing premono verso una metamorfosi sociale che predilige la flessibilizzazione dei ruoli, strumentale ad una maggiore valorizzazione della comunicazione e dei suoi linguaggi produttivi. Un tecnocosmo in cui l’idea di dislivello tra le dimensioni dell’agire umano ed il mondo della tecnica si estende alle dimensioni dell’Economia, della Politica, della Guerra, del Lavoro ed ha chiari riflessi sull’individuo e la collettività.

Ritiene davvero che il liberismo economico abbia  determinato l’incapacità da parte dello stato di saper gestire i conflitti fra classi e quindi di garantire  la certezza del diritto?

Per dirla con Galli, gli assi spaziali attraverso cui si è sedimentato il progetto politico dello stato moderno – interno/esterno, pubblico/sociale/privato, particolare/universale, centro/periferia, ordine/disordine – se non risultano obsoleti (come afferma una certa letteratura liberista), vengono sicuramente messi in discussione. Lo Stato assiste ad una progressiva erosione delle sue forme politiche e culturali e la [con]fusione di  esterno e interno determinata dai flussi economici, produce disorientamento in una politica che per sua natura non è in grado di inseguire il rovesciamento dei sistemi di riferimento. Il modello democratico che ne è alla base si vuota progressivamente di sostanza e lo scarto fra rappresentanza e rappresentatività si manifesta in Istituzioni pregne di profonde ed irrisolte contraddizioni.

Tra la fine della guerra fredda e la guerra del golfo individua un salto concettuale importante nella categoria della guerra…

La Guerra Fredda aveva garantito un confine, un contenimento, una misura della potenza e contemporaneamente dato luce al tentativo – sicuramente enfatizzato – di dare un volto concreto alle Istituzioni che avrebbero dovuto costruire un’Agenda di Pace. La “guerra globale” è guerra economica, ossia militarizzazione del conflitto economico per le risorse; guerra costituente, sottolineatura armata di rapporti di forza stabiliti nell’ambito dell’economia.
Anche da questo punto di vista si manifesta una sorta di nuova area grigia in cui politica ed economia si co-appartegono immediatamente, in cui il comando economico è almeno tendenzialmente immediato potere politico, in cui la produzione non va mai senza la guerra, reale o potenziale.

La problematica della flessibilità, secondo lei, determina un mutamento nella geografia esistenziale degli uomini, dove l’ossessione dell’autoaffermazione genera un nuovo tipo disagio: l’inadeguatezza. A quale inadeguatezza si riferisce?

In un sistema di relazioni e reti, dove i confini sono confusi e le attività sempre più connesse, la vecchia coscienza autonoma va progressivamente trasformandosi in un anacronismo: al suo posto emerge una persona nuova, più simile ad un nodo che opera in una miriade di relazioni. L’ ubiquità forzata, la frammentarietà dei  percorsi biografici, la destrutturazione del tempo, la discontinuità esistenziale sono fonti di ansia più che di liberazione. Impotenza, inadeguatezza, sono questi i nomi del ‘disagio postmoderno’ di cui Zygmunt Bauman ci restituisce un affresco convincente. Non la paura del conformismo ma l’impossibilità di conformarsi; non l’orrore della trasgressione ma il terrore dell’assenza di confini; non la pressione di richieste superiori alla propria capacità di agire ma atti sconclusionati alla vana ricerca di un itinerario stabile e continuo.

 

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