L’amara terra dei Radiodervish
Entusiasmo ed emozione al Kismet
Ieri sera al teatro Kismet Opera di Bari una pioggia scrosciante di applausi ha concluso con vibrante emozione l’ultimo spettacolo dei Radiodervish, Amara Terramia. Una performance sinestetica in cui si sono incontrati i linguaggi diversi delle parole e della musica, dei corpi e delle anime sospese, come le gocce di luce disposte sul palco, tra cielo e terra, in un paese che appartiene a tutti e che di noi tutti è dimora: la poesia.
In un avvicendarsi incalzante di brani musicali e testi di prosa, declamati dalla voce di Giuseppe Battiston, i Radiodervish hanno cantato l’infaticabile cammino dell’umana esistenza attraverso il peso delle radici sradicate, l’amarezza della disillusione, l’eterno conflitto tra l’idea di una verità unica e le verità infinite di cui ciascuno è portatore, il fascino del metticiamento, il disordine come insieme di armonie e la precaria mobilità degli esseri umani. Amara la terra lasciata: le radici si sradicano, nella ricerca dell’altrove. Amara è la terra trovata: la meta raggiunta, dove non è facile trovare spazi e dignità di vita.
Amara la terra di chiunque viva un’esistenza straniera: per ragioni di sopravvivenza o per motivi politici, religiosi o culturali.
L’inconfondibile voce di Nabil, e la maestria musicale di Michele Lobaccaro (basso e chitarre), Alessandro Pipino (tastiere) e Anila Bodini (violino) hanno creato un’atmosfera suggestiva, che l’eccezionale gioco di luci pensato da Vincent Longuemare ha reso oltremodo mistica. I brani recitati, tratti da fonti differenti sia classiche che d’attualità come la testimonianza di Sajiad rilasciata alla giornalista de Il manifesto, Giovanna Boursier, s’intrecciano perfettamente e senza forzature ai brani musicali in una commistione di generi che è anche incontro di linguaggi, lingue, culture e fedi diverse.
Superando il “pensiero unico” e l’ordine imposto del Fondamentalismo, in Amara Terramia si cantano le ragioni della diversità: “Posso forse pretendere che tu, per non contraddire i miei padri, accusi i tuoi di menzogna? O viceversa?” afferma Lessing per voce di Nathan il saggio. L’unione di armonie diverse piuttosto che un’unica armonia, il sovrapporsi di lingue diverse come testimonianza del confronto e dell’incontro. Per questo la voce di Nabil e quella dell’attore si incontrano e si inseguono, in due lingue diverse, dove l’una è l’eco dell’altra e viceversa, e dove non c’è conclusione migliore di “pezzi di corpi”, di fogli bianchi, che si lanciano gli uni verso gli altri per mischiarsi, unirsi e trovare le radici nel cielo, nella poesia, come afferma Adonis.
Uno spettacolo poetico ed eternamente attuale condito da quell’altissima qualità musicale che i Radiodervish ci hanno abituati ad ascoltare.
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