Exit Poll: la fredda statistica e le trappole della psicologia
Un sistema elettorale demenziale e l’alchimia del calcolo previsionale mettono un intero paese fuori strada
L’Italia è spaccata in due. Non sono bastati 46 milioni e passa di elettori per dare al Paese una maggioranza stabile. Se alla Camera “per un punto Martin perse la Cappa”, visto che con una manciata di voti l’Unione ha ottenuto il tanto auspicato premio di maggioranza, al Senato la situazione è ben diversa: il cervellotico sistema elettorale fa si che la Casa delle Libertà, in termini di seggi, abbia un risicatissimo vantaggio nei confronti dell’Unione fra i Senatori. Probabilmente gli italiani all’estero, con il loro voto, non pensavano di poter essere così decisivi.
Una cosa è certa: quando anche le ultime schede provenienti dal resto del mondo saranno scrutinate, qualunque sia lo schieramento vincente di queste elezioni, sono 2 i veri soggetti-oggetti che hanno perso. La già citata legge elettorale, che un galantuomo come l’ex ministro Calderoni (autore della suddetta legge, n.d.r.) non ha esitato a definire “una porcata”, e il sistema degli Exit Poll.
Gli Exit Poll (sondaggio all’uscita) si propongono di misurare approssimativamente i voti effettivamente espressi dagli elettori, e quindi si discostano dai tradizionali sondaggi, che si basano solamente sulle intenzioni di voto durante la campagna elettorale. Se questi ultimi, infatti, sono volti a misurare soprattutto gli spostamenti delle preferenze in corrispondenza di determinate fasi antecedenti al voto (i duelli fra i candidati, eventuali uscite s/fortunate dell’uno o dell’altro), gli exit poll servono (servirebbero?) a dare, allo spettatore affamato di risultati, nonché al tele-giornalista bramoso di audience e di audaci commenti, un primo indizio sull’esito dell’elezioni subito dopo la chiusura dei seggi.
Ma come avvengono gli exit poll? Le rilevazioni vengono fatte all’uscita da alcuni seggi elettorali. In pratica viene chiesto ad alcuni elettori di “ripetere” la procedura di voto, esprimendo nuovamente la propria scelta. Ma quanto è attendibile una simile metodologia? A giudicare dagli ultimi casi (le freschissime politiche, le ultime regionali in Puglia) veramente poco.
E’ da considerarsi dato attendibile quello che non tiene conto che gli italiani ormai conoscono benissimo la pratica degli exit poll, e quindi sono consci che mentire durante la rivelazione può causare errori grossolani come in queste elezioni? E’ da considerarsi attendibile un sistema di rilevazione che non tiene conto di una ben nota disposizione dei soggetti intervistati duranti i sondaggi, ovvero quella di rispondere più che altro in base a ciò che la gente vuole sentirsi dire, e non in base a ciò che egli crede/sente (la cosiddetta “desiderabilità sociale”)?
Gli Exit poll, in conclusione, paiono più “una sensazione” di come andranno le cose, spunto pseudo-oggettivo per le prime chiacchere da salotto buono della tv e dei giornali, tranelli fatti ad hoc per farsi sfuggire dichiarazioni altisonanti da parte di chi “è in testa” e poi sorriderci su. Chi è in testa agli exit poll è poi destinato a veder ridotto al lumicino il lauto vantaggio, mentre chi è in svantaggio ha di che consolarsi, nel senso che “in effetti poteva andare peggio”. Quanto è ancora utile, questa macchina infernale?
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