Tra extra e neocomunitari: un focus sulla Provincia di Bari

Tra paure e aperture, l’Europa a 25 si confronta con il fenomeno delle m igrazioni
Nel corso dei negoziati per l’ultimo allargamento dell’Unione Europea (01.05.2004), i “vecchi” paesi comunitari, tra i vari aspetti di questo largo processo, dovettero affrontare il problema di apertura dei mercati del lavoro nazionali. I paesi europei, inclusa l’Italia, da tempo cercano una risposta adeguata alla questione dell’immigrazione lavorativa, molto sentita a causa della sua complessità, sia da parte dei cittadini, che dei governi. Di fronte alla possibilità di apertura del mercato del lavoro (secondo il principio della libera circolazione delle persone; Trattato CE, Titolo III, art. 39), la maggior parte dei Quindici preferirono introdurre dei periodi transitori (secondo il modello: 2anni+3anni+2anni). Soltanto tre paesi: la Gran Bretagna, la Svezia e l’Irlanda decisero di aprire realmente i propri mercati, in molti casi andando contro una parte dell’opinione pubblica.
Prima del 1 maggio ’04, molti politici euroscettici, previdero una sorta di “esodo” della mano d’opera a basso costo, dagli otto paesi dell’Europa Centro-Est, spaventando così i propri cittadini e aumentando i sentimenti di diffidenza verso l’ampliamento dell’UE. Già a distanza di un anno, l’esperienza britannica, irlandese e svedese mostrò l’infondatezza di queste paure. Prendendo come esempio la Gran Bretagna (secondo le ricerche di Home Office, eseguite prima dell’allargamento, il Regno si preparava ad ospitare annualmente, da 5 a 13 mila lavoratori provenienti dai nuovi paesi membri), nel settembre 2004 – il tasso di disoccupazione segnò 4,6% (uno degli indici più bassi nell’arco di 20 anni).
La percentuale degli occupati nell’età produttiva fu il 74,7%, il livello di occupazione in ogni regione britannica fu più alto della media europea ed il numero dei posti di lavoro liberi montò a 640 mila. Va anche sottolineato il fatto che circa 30 – 45% dei lavoratori soggiornava nel territorio britannico prima della data di 1 maggio (Fonte: Jane Rushton, Ministero del Lavoro e delle Pensioni, Gran Bretagna; Briefing 28 luglio 2005).
Pauline Conroy, da Ralaheen Ltd. Research Dublin, sostenne che nella metà del 2005 nessuna prova ufficiale avrebbe dimostrato un’ interferenza negativa nel mercato del lavoro irlandese. Lo stesso si può dire per quanto riguarda la situazione svedese: da maggio a dicembre 2004 le persone registrate come immigrati (neocomunitari) furono 3.443 e nello stesso periodo dell’anno precedente (2003) 1.335 – l’aumento che di fronte al numero complessivo degli immigrati (44.361) non si presenta molto alto (Fonte: Statistics Sweden). Secondo Eskil Wadensjö dell’Università di Stoccolma (Istituto Svedese delle Ricerche Sociali): l’immigrazione dai nuovi paesi sì, sarà in rialzo, ma non significativo e l’influenza del processo sulle finanze del settore pubblico, sulla disoccupazione e sui redditi, in relazione all’intero mercato di lavoro non sarà grande.
In ogni modo, i dati citati e le situazioni descritte non hanno fatto cambiare idea a molti stati della “vecchia” Europa, ad esclusione della Spagna e del Portogallo che ultimamente hanno annunciato l’apertura dei propri mercati del lavoro. Molto vicini al simile passo sono i governi di Finlandia e di Grecia (la decisione deve essere presa entro il 30 aprile). I paesi neocomunitari provano a convincere anche la Danimarca, l’Olanda, la Svizzera e la Norvegia, mentre è sicuro che la Germania e l’Austria manterranno il precedente sistema restrittivo.
Anche il governo italiano ha deciso di mantenere il periodo transitorio (rendendo però più snella la procedura) e di non aprire ai lavoratori neocomunitari il proprio mercato, acconsentendo però all’incremento delle quote: da 75 mila, a 150. (poiché la quota precedente non è stata pienamente utilizzata, non si capisce bene la scelta di aumentare il numero ufficiale accordato, invece di liberalizzare semplicemente l’accesso al mercato di lavoro)
Nel Rapporto complessivo della Commissione Europea inerente all’argomento, dal febbraio 2006, risulta chiaramente che l’apertura dei mercati del lavoro, dopo il 1 maggio 2004 è stata vantaggiosa per gli stati concedenti. Tuttavia, le conclusioni della Commissione sembrano di non essere abbastanza convincenti per la maggioranza dei paesi…
La questione dei lavoratori extracomunitari risulta ancora molto complessa e problematica. A parte la procedura troppo ingarbugliata, ma in ogni caso ritenuta migliore dal sistema precedente, i flussi concessi (170 mila / 2006) dal governo sembrano non essere adeguati alla reale richiesta dei datori di lavoro. Fino alla sera del 14 marzo 2006 sono state presentate 481.179 domande di nulla osta – molte di più del numero formale. Voglio sottolineare che dietro ogni domanda di un immigrato, c’é un datore di lavoro, pronto ad assumere tutti gli obblighi e i doveri legati al regolare rapporto di lavoro. La determinazione degli extracomunitari provenienti dalle realtà di povertà e spesso anche dalla guerra, si vede leggendo il Rapporto sull’Immigrazione della Caritas italiana, presentato il 27 ottobre 2005. Il numero degli immigrati regolari ammonta a 2.800.000, nell’arco di un anno è aumentato di 200 mila persone (numero raddoppiato rispetto al 2000). Nel 2004 gli sbarchi clandestini hanno portato nel territorio italiano 13.635 persone, ma si tratta solo del 10% del totale (!) – un altro 15% entra attraverso le frontiere e tutta la parte restante degli irregolari decide di rimanere, dopo essere stata, per un certo periodo regolare. La richiesta di lavoratori extracomunitari nel 2005, fra fissi e stagionali, è stata stimata a 240mila. Caritas attesta anche che gli immigrati extracomunitari sono mediamente più istruiti degli italiani: i residenti stranieri laureati sono il 12,1%, mentre tra gli italiani sono solo il 7,5%.
Per di più, quando tendenzialmente, i potenziali flussi di ingresso ammontano a 300 mila persone l’anno (Fonte: Caritas), ci si può chiedere, che cosa succede con le persone, che hanno richiesto il nulla osta lavorativo, ma oltrepassano la soglia di 170 mila unità ?…
Per quanto riguarda la Provincia di Bari, la quota concessa ai lavoratori extracomunitari, ammonta a 1444 unità (oltre le quote nazionali che riguardano la Somalia come paese – 100 e i settori come la Formazione all’estero – 2000 e la Pesca Marittima – 2500). Lo Sportello Unico per l’Immigrazione di Bari stima che le domande presentate nella Provincia erano circa 4 000 – ed anche qui, la domanda posta prima, concernente il livello nazionale, sembra ritornare con la stessa consistenza.
Le domande da parte dei cittadini neocomunitari, presentate 11 giorni prima di quelle degli extracomunitari, ammontano a circa 40 – 50 (è necessario però precisare che i neocomunitari possono presentare le richieste fino al 31 dicembre e che si tratta delle quote nazionali, senza distribuzione locale).
La ripartizione dei flussi per il 2006 per la Provincia di Bari è seguente:
Quote lavoratori non stagionali riservate ai cittadini dei Paesi sottoscrittori di accordi di cooperazione: Albania 140, Tunisia 74, Marocco 46, Egitto 73, Nigeria 15, Moldavia 39, Sri Lanka 17, Bangladesh 41, Filippine 50, Pakistan 18, Ghana 6; Somalia 100 (quota nazionale)
Quote lavoratori non stagionali: Dirigenti 5, Conversione studio in lavoro 20, Conversione tirocinio in lavoro 15, Lavoro domestico e assistenza 530, Edilizia e costruzioni 60, altri settori produttivi 100; Formazione all’estero 2000 e Pesca marittima 2500 (quote nazionali)
Quota lavoro autonomo (conversione) 15
Lavoratori stagionali 180
(Fonte: Prefettura di Bari)
L’influenza dell’immigrazione sull’occupazione di un paese, sui redditi e sul benessere generale dipende in larga misura dalla politica di immigrazione di ogni stato. Non dovrebbe essere trattata come complessivamente buona o cattiva per il mercato di lavoro. E’ un processo complesso e la cosa peggiore è di affrontarlo con i metodi populisti, incoraggiando le paure (economicamente spesso infondate) dell’opinione pubblica. L’introduzione di ogni discussione pubblica sulle questioni legate al mercato del lavoro, dovrebbe consistere sempre nella presentazione delle ricerche empiriche svolte negli altri stati, inerente all’influenza effettiva dell’immigrazione – modo migliore per chiarire ed analizzare adeguatamente il problema.
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