Sul laicismo e altre storie

Un lettore, che è stato anche collaboratore di questo giornale, risponde all’editoriale del direttore sul laicismo
Conoscendo la natura libera di questo portale, vorrei appellarmi al mio senso di libertà di parola e pensiero per rispondere all’articolo “La ricetta del laicismo”che il direttore Dell’Orzo ha pubblicato il 10 marzo scorso.
Lo vorrei fare perché ne sono profondamente turbato dalla sua carica anticuriale e dalla sua ispirazione dogmatica ad un laicismo che, personalmente, trovo interpretato in termini molto “propagandistici”
Sono andato a leggere anche io la Costituzione Italiana (articolo 7: “Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranenesi. Le modificazioni dei Patti non richiedono procedimento di revisione costituzionale. E ancora l’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere di fronte alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di relative rappresentanze).
Sì, di fronte a questa Costituzione anche io mi sento vivo e vegeto, perché la immagino come pietra angolare della nostra storia, come puntello indistinguibile di un accordo tra forze divise ideologicamente, ma unite nel voler stilare insieme un comune quadro di valori e nel voler rendere consapevole la nuova generazione delle conquiste civili e morali che costituiscano il sacro retaggio del popolo italiano.
Una Costituzione che ha visto insieme democristiani, comunisti, socialisti, repubblicani, azionisti e liberali riconoscere gli esiti di una stagione fatta di sofferenze e dove tutti ravvisavano l’importanza di custodire una riserva più profonda di valori.
Valori comuni legati ad un’etica popolare di matrice cristiana e che durante la guerra si è espressa nella vita delle famiglie e nelle solidarietà nate spontaneamente dalle aggregazioni territoriali, soprattutto del mondo contadino. Un’etica popolare non coinvolta dal disegno di mobilitazione cattolica, ma innegabilmente intessuta nelle profonde radici della carità cristiana.
Come la storia ci ha insegnato, i Patti Lateranensi furono rivisti nel 1984 con l’obiettivo di rimuovere la clausola riguardante la religione di stato della Chiesa Cattolica , ma riconoscendo il valore culturalmente rilevante che la Chiesa promuove da anni non solo per quanto concerne la pastorale, ma soprattutto in tutte quelle forme con cui insieme allo Stato cerca di rimuovere situazioni di disuguaglianza sociale. A questo si univa il riconoscimento dell’articolo1 dell’I.R.C. (insegnamento della religione cattolica) che ribadisce come “nel quadro delle finalità della scuola e in conformità alla dottrina della Chiesa Cattolica, l’I.R.C. concorre a promuovere l’acquisizione della cultura religiosa per la formazione dell’uomo e del cittadino e la conoscenza dei principi del cattolicesimo che fanno parte del patrimonio storico del nostro Paese”.
Non vorrei scivolare nelle rovinose polemiche con cui qualche magistrato è riuscito a portare la nostra nazione sulle prime pagine internazionali ( vedi la sentenza del crocifisso, ndr), ma vorrei giudicare assolutamente positiva l’apertura che, all’interno della propria sovranità, la Chiesa ha dimostrato nel riconoscere l’Islam come patrimonio culturale con cui da anni la società italiana è chiamata a confrontarsi e che pertanto necessita di una piena integrazione nonché reciproca conoscenza . Un atteggiamento che prosegue perfettamente quello dei nostri padri costituenti e che potrà, a mio parere, produrre non più la cultura del sospetto verso chi è diverso, bensì quella della tolleranza, del rispetto, della gioia di non sentirsi diversi ma del riconoscersi figli dell’unico Dio.
Ho frequentato tutte scuole statali e vi dico che nell’ora di religione certamente non ci insegnavano le preghiere né tanto meno studiavamo encicliche papali, ma si cercava sempre di venire incontro alle esigenze di verità, alle domande circa il senso della vita che da adoscolenti cercavamo con forza. Ho frequentato l’ora di religione anche con ragazzi musulmani, desiderosi prima di tutti di conoscere quello per cui la società dove vivevano credeva. Questo stimolava dibattiti, confronti e scambio di esperienze non facili da dimenticare. Allo stesso tempo l’ora di religione ci portava a conoscerci meglio, a vederci negli occhi, a scambiare opinioni e a volte persino a litigare, ma una volta tanto non perché un compito non era stato passato o perché una interrogazione era andata male per colpa chi sa di chi. Una scuola laica non è una scuola che si deve esimere dal stimolare contributi utili alla costruzione di una coscienza morale né deve essere una scuola incapace di offrire elementi per scelte consapevoli e responsabili di fronte al problema religioso. La scuola, in particolare quella pubblica, deve formare non solo cervelli o operai (come vorrebbe qualcuno) ma deve formare delle persone con la consapevolezza non solo delle proprie doti, ma anche dei propri limiti che necessitano di confrontarsi con gli altri se aspirano a completezza. Ben venga, pertanto, la conoscenza dell’Islam o delle religione orientali, ma attenti a non svuotare tutto in contenuti indistinti, frammentati incapaci di produrre il senso di identità definite come certe culture laiciste, più che laiche, tendano a fare.
Grazie
Antonio Scotti
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