L’altra metà (oscurata) del cielo

Forse l’unica è diminuire (sino ad azzerarlo) il contributo ai partiti che non diano strada e visibilità alle donne
Il corso è gratuito in quanto interamente finanziato dal suddetto Ministero ed è riservato a tutte le donne in possesso del titolo di studio di scuola media superiore. I posti disponibili sono 100. Le iscrizioni si potranno effettuare a partire dal 20/02/2006. Il termine di scadenza per la presentazione delle domande di iscrizione è fissato per il giorno 13/03/2006 h 12,00.
Tutte le informazioni possono essere richieste alla segreteria del corso: Sig.ra Antonella Strisciuglio – Dip. per lo Studio delle Soc. Mediterranee Piazza C. Battisti, 1 – 70121 Bari Tel. 080/5717253
E-mail a.strisciuglio@scienzepolitiche.uniba.it
oppure tramite internet:
www.pariopportunita.gov.it/percorsiformativi
www.dssm.uniba.it
Un’iniziativa di estremo interesse se si pensa che le donne sono meno del dieci per cento in parlamento, hanno percentuali da brivido nei consigli comunali, zero totale nella scorsa legislatura regionale, due sparute consigliere in quella in corso. Una vergogna, insomma. Quanto a partecipazione e diritto elettorale passivo, le donne italiane sono alla preistoria.
E non c’è da distinguere fra partiti, zone geografiche e altre variabili: il guaio è trasversale e ricorda vagamente la disperante e assurda lotta contro i muri di gomma che hanno accompagnato la battaglia per riformare il diritto di famiglia e far diventare lo stupro un reato contro la persona.
La ministra Prestigiacomo (che sarà ricordata forse solo per questa sua lotta) non si arrende all’evidenza e le tenta tutte. Ma nemmeno la ripetuta adesione del premier Berlusconi alle sue richieste di introdurre le quote minime di donne nelle liste elettorali (le cd quote rosa), è servita a smuovere la grigia, omertosa e compatta massa dei maschi, deputati e senatori, ben decisi a non permettere alle donne di “scassare la minchia” (sic) come signorilmente si è espresso un parlamentare siciliano.
Questa legislatura si concluderà come tutte le altre, senza che nulla sia stato fatto per facilitare alle donne l’ingresso nelle istituzioni, violando nei fatti, l’articolo 3 della costituzione che, come è noto, garantisce nei detti e negli intenti, la parità fra i sessi.
O se qualcosa si farà, sarà senza la doverosa unanimità tra diversi schieramenti, in quanto (e il busillis non è da poco) sulla garanzia per legge di un posto in lista non tutti sono d’accordo e con avvedute motivazioni, da destra e da sinistra.
Il punto è questo: è costituzionalmente giusto imporre delle quote femminili, come se le donne fossero una minoranza etnica, una categoria protetta o svantaggiata?
E poi: non sarebbe meglio, invece, imporre che i partiti diano spazio alle donne indipendentemente dalle elezioni, lasciando che percorrano il loro cursus honorum e, di conseguenza, sboccino poi come candidate alle istanze democratiche di ogni ordine e grado? E in caso di “sordità” il finanziamento che i partiti ricevono dallo stato potrebbe essere decurtato in proporzione inversa alla presenza delle donne nelle liste elettorali.
La regione Puglia, con la legge n° 2 del 2005, ha previsto multe di mille euro per ogni candidata in meno rispetto al numero minimo previsto per le liste regionali, indipendentemente da quanti poi siano gli eletti e, soprattutto, dalla grandezza dei partiti in termini di iscritti e in termini di voti ottenuti. Così che la multa più salata (12 mila euro) l’ha beccata un partitino, quello repubblicano, mentre i “più bravi” sono risultati i Ds con una sola candidata in meno.
Un modo originale per incentivare la partecipazione femminile all’elettorato passivo senza parlare di quote rosa, di contingentamenti o roba simile. Il problema è poi far si che le donne vengano elette. E qui non basta dire alle donne di votare per le donne. Non è così semplice.
Con la nuova legge per le elezioni politiche, poi, a lista bloccata, la situazione si complica ulteriormente. Le liste, infatti, saranno decise in modo verticistico dai partiti che ormai sono tornati all’agone proporzionale del tutti contro tutti. Si tratterà di candidare le donne in testa alle liste per sperare che vengano elette in numero sufficiente, mentre basterà retrocederle agli ultimi posti per farle completamente sparire da Camera e Senato. Per cui, forse, le “quote rosa” potrebbero ridursi a uno squallido contentino con nessuna ricaduta pratica e nessuna rottura epistemologica e sociologica con il grigio, compatto, omertoso passato fatto solo di maschi. Mai come in questo caso “membri” di un parlamento in cui l’altra metà del cielo, per orgoglio e pregiudizio, resta irrimediabilmente oscurata.
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