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Laurea 3+2, 18 anni dopo. Rete della Conoscenza: «Un fallimento»

La Redazione
La riforma Berlinguer-Zecchino​ fu varata nel 2000. Da allora gli atenei hanno perso 10mila matricole. Italia penultima in Europa per numero di laureati
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Nel 2000 aveva inaugurato la stagione delle lauree triennali. La riforma Berlinguer-Zecchino si avvia ai 18 anni, ma è una maturità che non convince. Anzi, si parla di fallimento.

Un primo bilancio del nuovo corso, su richiesta dall’Europa, che introdusse il percorso cosiddetto “3+2” parla di una diminuzione delle matricole: 10mila. Risultato: Italia penultima in Europa per numero di laureati; peggio di noi solo la Romania.

«In media – illustra la Rete della Conoscenzauno studente triennale impiega 4,9 anni a conseguire il titolo con picchi del 5,2 per cento nei settori umanistici (filosofia, lettere, storia). Non va meglio agli studenti iscritti a corsi a ciclo unico (farmacia, giurisprudenza, architettura, medicina) il cui numero di laureati, 130mila nel 2016, è addirittura inferiore ai 144mila del 2000, ossia l’ultimo anno pre-riforma».

«I tempi di uscita dal percorso formativo si sono dilatati, la qualità formativa degli stessi è stata depotenziata dal 3+2, e i dati confermano che le iscrizioni si sono ridotte. Contestualmente a questa riforma – afferma Sara Acquaviva, coordinatrice della Rete della Conoscenza Puglia – ci sono stati altri provvedimenti scellerati che hanno indebolito sempre più la categoria degli studenti e in generale il sistema universitario pubblico: dai finanziamenti premio-punitivi alle università “virtuose”, alle forti carenze del sistema di diritto allo studio e di welfare studentesco. Inoltre, gli stringenti parametri valutativi cui sono sottoposte le università relegano la figura dello studente fuoricorso a “pecora nera” del sistema formativo, senza interrogarsi sul perché spesso i tempi di uscita si dilatano.

Gli studenti sono stati costretti a rallentare il proprio percorso formativo per bisogni materiali, (mancanza di borse di studio, caro libri, affitti sempre più alti e carenza di servizi) e sono stati costretti, fin troppe volte, a lavori sottopagati e in condizioni di sfruttamento per ovviare a tali carenze».

«Inoltre – continua Acquaviva – i dati sull’emigrazione giovanile nella nostra Regione ci consegnano un dato allarmante: più di 530.000 giovani, tra i 15 e i 34 anni hanno scelto di andare via dalla Puglia negli ultimi quindici anni. Chi emigra lo fa troppe volte perché la nostra terra non riesce a garantire un futuro dignitoso, un percorso d’istruzione pubblico e di qualità e un lavoro libero dagli schemi dello sfruttamento e della flessibilità incondizionata. Tanti, troppi giovani che hanno terminato il proprio percorso di studi vivono il terribile ricatto di dover andar via per fare ricerca e per proseguire la propria carriera universitaria. Il fenomeno della over education, è altresì caratteristico del nostro paese. Studiamo per anni ma contribuire allo sviluppo materiale e non del proprio territorio sembra sempre più un miraggio».

Se a questo – conclude la sigla studentesca – si somma il fatto che l’Italia rimane tra i fanalini di coda in Europa nel numero di laureati (26%, molto distante dal 40% della strategia “europa 2020”) e che la percentuale dei laureati che riesce a trovare un lavoro dopo i tre anni dal conseguimento del titolo si aggira intorno al 53%, con un tasso di abbandono scolastico che nel 2017 ha raggiunto il 14% (quinta in Europa dopo Portogallo, Spagna, Malta e Romania), si ha un quadro completo del sistema universitario italiano che necessita sempre più di un’inversione di rotta.

lunedì 4 Settembre 2017

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