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L’Italia non è brava nel ‘doing business’, il parere di alcuni giovani imprenditori locali

Laura Bienna
Gemmato, Frezza, Pellicani d'accordo sul "colpevole" della situazione
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La notizia è stata battuta dai quotidiani nazionali, ma d’altronde non è una novità: l’Italia si classifica agli ultimi posti per quel che riguarda il ‘doing business’, il ‘fare impresa’. A rivelarlo il rapporto presentato ieri a Roma dalla Banca Mondiale,che ha basato l’analisi su cinque parametri:  facilità di avvio di nuove attività, tempi e procedure per ottenere un permesso a costruire, trasferimento di una proprietà immobiliare, risoluzione di una disputa commerciale, e sviluppo del commercio transfrontaliero.

Tante le Città italiane, da Nord a Sud, sotto “esame”, alcune delle quali avrebbero sì fatto riscontrare dei progressi, ma non ancora tali da far guadagnare la ‘promozione’: nessuna, insomma, ha superato la prova in maniera soddisfacente. Tra le queste, anche Bari “la litigiosa” che ottiene il voto più basso in assoluto per quel che riguarda la facilità di risolvere le dispute giudiziarie.

Siamo molto lontani dagli standard di altri paesi europei– ha detto Marcello Gemmato, Presidente dell’Associazione Culturale Levante, promotrice nel 2008 di Campus Bari, giornata dedicata all’incontro tra imprenditori e realtà locale, e da sempre attiva sul territorio nel favorire il fare impresa, anche attraverso il progetto Self Entrepreneurshipi tempi biblici che abbiamo in Italia ostacolano la buona volontà e la voglia di giovani e meno giovani nel voler fare impresa, e quindi lavorare, produrre”.

Di chi, dunque, è la colpa di questa situazione? I fattori ai quali è possibile addebitare questa paralisi nel settore dell’imprenditoria, certo, sono molteplici e i più disparati, ma uno su tutti trova d’accordo molti esponenti del settore: la responsabilità maggiore è della burocrazia.

Nonostante l’impegno dei politici locali e nonostante la buona volontà innegabile dei soggetti attivi del rapporto imprenditoriale, secondo me, il vero ostacolo al cambiamento lo abbiamo negli uffici e, ancor di più, nella mentalità delle persone che ci sono in quegli uffici”. A dirlo Leonardo Pellicani, Presidente Giovani Imprenditori Confartigianato Bari, che rimanda al significato etimologico del termine: “d’altronde 'burocrazia' non significa letteralmente ‘potere degli uffici’ ? – la sua domanda retorica- quando gli imprenditori si approcciano ad un ufficio si rendono conto di quanta carenza di coordinamento c’è fra gli stessi,  di quanto “caos” nel reperimento  dei documenti, di quanto poca informatizzazione delle procedure”.

D’accordo anche Francesco Frezza, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Bari e Bat : “Le difficoltà che i giovani possono avere, oggi come oggi, nel fare impresa sono le stesse che trovano gli imprenditori che sono già in attività da parecchio tempo: la burocrazia, prima ancora che la reperibilità del credito”. Sì, insomma, la difficoltà iniziale di aprire una società  non sarebbe tanto legata all’ammontare del capitale iniziale quanto a tutti gli iter da seguire. “Ecco perché– ha continuato- ripongo più fiducia in altri metodi per aiutare i giovani, per esempio i tanti bandi e concorsi che premiano davvero le idee vincenti e che si basano su criteri effettivamente meritocratici”.

Insomma, lentezza, sprechi, casi di corruzione nella pubblica amministrazione i maggiori colpevoli di questo risultato che ci pone fanalino di coda nella realtà europea e rende ancor più triste il periodo di crisi: “E’ assurdo che, soprattutto in un momento come quello attuale, chi vuole lavorare, contribuendo così a far uscire il nostro Paese dalla congiuntura economica negativa, incontri mille difficoltà nel proprio percorso- le parole, ancora, di Gemmato– Stiamo parlando di gente che si rimbocca le maniche ogni giorno, e che deve lottare contro procedimenti infiniti che rallentano e incancreniscono il sistema produttivo”. 

giovedì 15 Novembre 2012

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